—Prenda i suoi uomini e faccia un giro per tutta la vigna, osservando attentamente tutti i punti all'intorno: anzi sarà bene che salga su qualche pianta.

Mentre il tenente parlava, i miei occhi erano inchiodati addosso all'Elisa che abbassò i suoi.

—Ha capito, caporale?

—Sissignore,—risposi a denti stretti.

—E non perda di vista….

—Ho capito!—gridai, interrompendolo, e voltai le spalle.

—Se i Neri ci lasceranno un po' di pace, le permetterò di far colazione con suo zio.

—Abbi pazienza, nipote mio: la patria anzi tutto.—E mio zio rideva.

La parola colazione il marchesino non l'aveva fatta sonare per nulla: mio zio, che non ci pensava nemmeno, si risvegliò come di soprassalto; pensò che il povero marchese poteva aver fame, e mentre io facevo il giro della vigna, presto presto, un tovagliolo, un pajo d'uova fritte, una bistecca, fra una fucilata e l'altra, un bicchierino di bordò con un pezzettino di ghiaccio. Questo dev'essere accaduto, mentre io andavo in cerca di una pianta… per impiccare l'amor mio, le mie speranze, le mie illusioni.

Infatti, quando tornai presso il pino della mia disperazione, in vista del campanile di Golasecca, il tavolino era imbandito sotto il padiglione, al fresco, e il tenente, servito dalle mani stesse di mia cugina, mangiava come un eroe di Omero.