Il mio bonissimo zio, dopo avere stretta fra le sue la mano del marchesino, distese sopra un tavolino una carta geografica della provincia, dove il tenente continuò la sua lezione, seduto accanto all'Elisa. Vi fu un momento che questa abbassò la testa per meglio orientarsi, e il tenente abbassò la sua, rasentando colle labbra i capelli della mia cara cugina. La battaglia era veramente disastrosa per me. Mentre pareva che i due eserciti volessero riposare un poco, le fucilate rincominciarono nel mio cuore: e son fucilate che fanno squarci, non c'è muro che tenga! Mio zio, facendosi visiera colle due mani, cercava il nemico in su quel di Sesto Calente, e gridava:—Si restringono;—mentre il tenente sussurrava delle paroline topografiche all'orecchio di Elisa.

—Signor tenente!—gridai, saltando a un tratto sul terrazzino.

La mia bella cugina si scosse, mi riconobbe e gridò:—To', Pierino.

—Sei tu, nipote mio?—esclamò mio zio con poco entusiasmo.

—Cos'avete, caporale?—interruppe il tenente in un modo insolito; e voltosi a mio zio:—Perdonerà, ma vi può essere un pericolo.

—La patria, la patria anzi tutto,—osservò quel sant'uomo di mio zio
Michele.

—Una compagnia di Neri passeggia sul sagrato di Golasecca,—dissi affannosamente e, voltomi alla Lisa, le chiesi:—Come stai?

—Sto bene….—rispose confusamente.

—È ben sicuro d'averli veduti!—tornò a dimandare il tenente un po' seccato.

—Co' miei occhi….—ripicchiai insolentemente.