Fin dal primo giorno avevo incontrato per le strade dell’Aja certe donne vestite in una maniera così strana, che m’ero messo a pedinarne una per osservare attentamente tutti i particolari del suo costume. A primo aspetto immaginai che appartenessero a qualche ordine religioso, o che fossero eremite, o pellegrine, o donne di qualche popolo nomade di passaggio per l’Olanda. Portano uno spropositato cappello di paglia foderato d’indiana a fiori, una mantellina da frate di rascia color cioccolatte, foderata di una stoffa rossa; una sottana pure di rascia, corta, gonfia che par che abbiano la crinolina; le calze nere e gli zoccoli bianchi. La mattina si vedono andare al mercato con una cesta piena di pesci sulla testa, o con un carretto, tirato da due grossi cani. Sono per lo più scompagnate, o a due a due, senz’uomini. Camminano in una maniera particolare, a passi lunghi, con un certo accasciamento, come chi è abituato a camminare sulla sabbia; e hanno nel viso e nel contegno qualcosa di triste, che concorda coll’austerità cenobitica del loro vestire.
Un olandese a cui domandai chi fossero, mi disse per tutta risposta: “Vada a Scheveningen.”
Scheveningen è un villaggio, distante due miglia dall’Aja, e ci si va per una strada diritta, fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da parecchie file di bellissimi olmi, che non vi lasciano penetrare un raggio di sole. Di là dagli olmi, dalle due parti della strada, ci son palazzine, padiglioni, villette coi tetti frangiati, come chioschi di giardino, e facciate di mille forme capricciose colle solite iscrizioni che invitano al riposo e al piacere. Quella strada, che è il passeggio favorito del popolo dell’Aja la sera della domenica, gli altri giorni è quasi sempre solitaria. Non vi s’incontra che qualche donna di Scheveningen, qualche carrozza, e le diligenze che vanno e vengono tra la città e il villaggio. Andando innanzi, par che si debba riuscire in faccia a un palazzo reale, in mezzo a un gran giardino o a un gran parco. Quella folta vegetazione, quell’ombra, il silenzio, ricordano il bosco dell’Alhambra di Granata. Non si pensa più a Scheveningen e si dimentica che s’è in Olanda.
Arrivati in fondo, è un istantaneo cambiamento di scena che fa rimaner trasognati: la vegetazione, l’ombra, le immagini di Granata, tutto è sparito: si è in mezzo alle dune, nella sabbia, nel deserto; si sente soffiar nel viso un vento salino, e si ode un gran rumore sordo e diffuso; si sale sopra un’altura, e si vede il Mare del Nord.
Per chi non ha mai veduto che il Mediterraneo, lo spettacolo di quel mare e di quella spiaggia, desta un sentimento nuovo e profondo. La spiaggia è tutta sabbia chiara e finissima come cenere, sulla quale scorre avanti e indietro, come un tappeto continuamente spiegato e ripiegato, l’ultimo lembo delle onde del mare. Questa spiaggia sabbiosa si stende fino ai piedi delle prime dune, che son monticciuoli di sabbia, ripidi, rotti, corrosi, deformati dall’eterno flagello delle onde. Tale è tutta la costa olandese dalle foci della Mosa ad Helder. Non vi son molluschi, nè stelle di mare, nè conchiglie viventi, nè granchi, nè un cespuglio, nè un filo d’erba. Non si vede che acqua e sabbia, sterilità e solitudine.
Il mare non è meno tristo della costa, e risponde veramente all’immagine che ci formiamo del Mare del Nord, leggendo dei superstiziosi terrori degli antichi che se lo raffiguravano agitato da venti eterni, e popolato da mostri giganteschi. Vicino alla sponda è giallastro, più in là d’un verde pallido, e più lontano d’un azzurro smorto. L’orizzonte è per lo più velato dalla nebbia, che spesso discende fin sulla spiaggia, e nasconde tutto il mare, come un’immensa cortina, lasciando veder soltanto le onde che vengono a morire sulla sabbia, e qualche larva di barcone da pescatore poco lontano. Il cielo è quasi sempre grigio, percorso da grandi nuvole che gettano sulle acque ombre dense e mobilissime; in alcuni punti nero d’un’oscurità quasi notturna, che fa balenare alla mente immagini di tempeste e di naufragi orrendi; in altri punti rischiarato da sprazzi, da righe serpeggianti di luce vivissima, che sembrano fulmini immobili, o albori di qualche astro misterioso. L’onda, sempre agitata, corre a mordere la riva con un impeto furioso, e manda un rumore prolungato che pare un grido di minaccia e di dolore d’una folla infinita. Il mare, il cielo e la terra si guardano con aspetto sinistro, come tre nemici implacabili, e sembra, a contemplare quello spettacolo, che sia imminente qualche grande sconvolgimento della natura.
Il villaggio di Scheveningen è posto sulle dune, che lo difendono dal mare, e lo nascondono in modo che, a guardar dalla spiaggia, non si vede che il campanile a pan di zucchero della chiesa, ritto come un obelisco in mezzo alle sabbie. Il villaggio è diviso in due parti. L’una è composta di casette eleganti, di tutte le forme e di tutti i colori olandesi, fatte ad uso degli stranieri, con l’appigionasi scritto in diverse lingue; l’altra parte, nella quale abita la popolazione indigena, è tutta casupole nere, stradette, recessi dove gli stranieri non mettono mai piede.
La popolazione di Scheveningen, che conta poche migliaia di anime, è quasi tutta composta di pescatori, la maggior parte poverissimi. Il villaggio è ancora una delle stazioni principali della pesca dell’aringa, di quel pesce celeberrimo cui l’Olanda deve la sua ricchezza e la sua potenza; ma i frutti di quest’industria vanno agli armatori dei bastimenti da pesca, e gli uomini di Scheveningen, arrolati come marinai, guadagnano appena di che vivere. Sulla spiaggia, davanti al villaggio, si vedon sempre parecchi di quei battelli larghi, robusti, con un albero solo, e una grande vela quadrata, schierati l’uno accanto all’altro sulla sabbia, come le galere dei greci sulla riva di Troia, per essere al sicuro dai colpi di vento. La flottiglia per la pesca dell’aringa parte i primi mesi di giugno, accompagnata da una corvetta a vapore, e si dirige verso la costa della Scozia. Le prime aringhe pescate, sono subito mandate in Olanda, e portate in un carro imbandierato al Re, che contraccambia il regalo con cinquecento fiorini. Quei battelli fanno pure la pesca d’altri pesci, che sono in parte venduti all’incanto sulla riva del mare, e in parte lasciati ai pescatori di Scheveningen che li mandano per mezzo delle loro donne al mercato dell’Aja.
Scheveningen, come tutti gli altri villaggi della costa, Katwijk, Wlardingen, Maassluis, è un villaggio decaduto dall’antico stato di floridezza in conseguenza del decadimento della pesca dell’aringa, cagionato, come tutti sanno, dalla concorrenza dell’Inghilterra e dalle guerre disastrose. Ma la miseria, invece d’infiacchire, rinvigorì il carattere di quel piccolo popolo, che è fuor di dubbio il più originale e il più poetico dell’Olanda. Gli abitanti di Scheveningen formano per aspetto, per indole e per costumi quasi una famiglia straniera al proprio paese. Sono a due miglia da una grande città e conservano l’impronta d’un popolo primitivo, che sia sempre vissuto nella solitudine. Quali erano secoli addietro, tali sono oggi. Nessuno abbandona il proprio villaggio, nessuno che non ci sia nato, ci penetra; non si maritano che fra loro; parlano un linguaggio particolare; son tutti vestiti nello stesso modo e degli stessi colori, com’erano i padri dei loro padri. Al tempo della pesca, non rimangono nel villaggio che le donne e i bimbi: gli uomini vanno tutti al mare. Partendo, portano con sè la Bibbia. A bordo non s’ubriacano, non bestemmiano, non ridono. Quando il mare in tempesta solleva e precipita da spaventose altezze il loro piccolo battello, chiudono tutte le aperture, e aspettano la morte con rassegnazione. In quel momento le loro donne, chiuse nelle casette flagellate dalla pioggia e dal vento, cantano i salmi. Quei piccoli abituri, che furono testimoni di tante ansietà mortali, che sentirono i singhiozzi di tante vedove, che videro la santa gioia dei ritorni e gli addii sconsolati di tanti sposi, rappresentano colla loro pulizia, colle loro tendine bianche, colle vesti e colle camicie marinaresche appese alle finestre, la povertà libera e dignitosa dei loro abitanti. Da quelle case non escono nè vagabondi, nè donne corrotte; nessun abitante di Scheveningen ha mai disertato il mare, e nessuna fanciulla ha mai sdegnato la mano d’un pescatore. Uomini e donne hanno nel portamento del capo e nell’espressione dello sguardo, un non so che di grave e di sdegnoso che impone rispetto. Salutano senza chinar la fronte, guardando la gente negli occhi, come per dire:—Non abbiamo bisogno di nessuno.—