Questa mattina ero stato un po' in forse dell'andare o del non andare in visita al Roccolo. È debito, dicevo tra me, debito di galantuomo, dopo l'impresa del mulino. Sì, mi rispondevo, ma che cosa ne penserà Galatea? Orbene, che male ci sarà? Son io infeudato alla signorina Kitty? Le ho mai detto una parola più calda di tutte le altre, e mie e di coloro che vede ogni giorno? Con lei, con sua madre, colle Berti, colla Quarneri, perfino colla signora segretaria comunale e colla signora sindachessa di Corsenna, ci ho i miei doveri di galateo. Così è; una volta imbarcati per questa vita da negri, che è la vita di società, bisogna bene curvar le spalle e adattarsi a coltivar canne da zucchero. Che cosa penserebbe dei fatti miei la contessa, se io non andassi a riverirla, a sentire da lei com'è finita, se ha avuto code o no, piccole noie per lei, la matta impresa di ieri? E che cosa direbbero i signori satelliti, se non mi vedessero comparire al Roccolo quest'oggi? Farei senza dubbio la figura del can bastonato, bastonato da lei, e pauroso di loro. Ah no, perdincibacco, non sarà mai.

L'idea di ciò che potevano dire i satelliti, mi ha messo di cattivo umore: il cattivo umore mi ha fatto mettere in armi. Siamo in guerra, combattiamo. E tanto per cominciare, esploriamo il terreno. Ieri mattina la contessa Adriana era uscita di casa alle otto, ora insolita per lei, bruciata per i suoi assedianti, che dovevano immaginarla non uscita ancora dalle sue camere. Essi, di certo, non usano andare che verso le undici alle loro batterie; infatti, a quell'ora, non avendola trovata al Roccolo, si son dati alla campagna, raccogliendo per via tutta la colonia villeggiante, come a dire tutto l'esercito di Corsenna; han preso lingua, han saputo che la contessa Adriana aveva preso il sentiero del mulino, hanno sospettato che fossi ancor io da quelle parti, e tutti sull'orma, che hanno perduta, fortunatamente per noi. Dunque, ricapitoliamo; la contessa è sola fino alle undici; se ci vado tra le nove e le dieci, sono sicuro di trovarla, di aver tempo a discorrere, a sentire da lei tutto quello che sarà utile di sapere. Rimarrò quanto ella vorrà; e se dovrò rimaner tanto che arrivino i satelliti, niente di male; potrò andarmene in loro presenza, insegnando a chi non lo sapesse ancora, che non è di buon genere star nei salotti in sentinella come all'ingresso d'una caserma, d'un parco d'artiglieria, d'una polveriera.

Alle nove del mattino, indossato il mio tutto vestito grigio d'autentica stoffa inglese (così almeno assicura il mio sarto, che è di Biella), raso accuratamente, ravviato, ripicchiato a dovere, con un bel garofano bianco all'occhiello, mi mossi alla volta del Roccolo; evitando l'abitato di Corsenna, per altro, tanto che ci arrivai alle nove e quaranta minuti. Troppo presto, forse? Eh, dopo tutto, avrei lasciato un biglietto di visita. Ma non ci fu bisogno di questo mezzo termine. Ero a mezzo il viale, quando ella si mostrò nel vano di una finestra, al primo piano della sua palazzina; mi vide, mi riconobbe, mi gettò con la sua vocina insidiosa un buon giorno di sirena, e sparì, ma per avvicinarsi. Compariva di fatto nell'atrio, quando io mettevo il piede sulla soglia del tempio.

—Ah bene!—gridò, stendendomi tutt'e due le mani.—Questo è un bel tratto, veramente degno di voi. E di me,—soggiunse, dopo un istante di pausa,—perchè io v'aspettavo.—

Risposi non so che cosa, ma balbettando assai più che parlando. Ella, intanto, preso il mio braccio, mi conduceva in un salottino accanto al vestibolo, indicandomi una poltroncina, sulla quale mi posi a sedere, ammirando un pochino l'addobbo della stanza e più quello della padrona di casa, che indossava un grazioso abito da camera. Dovrei chiamarlo déshabillé, alla francese; ma in verità non mi pare che il nome vada a capello. Come chiamare déshabillé un abito, sia pur sciolto intorno alla vita e largo di maniche, tutto ricami, trafori e passamani, colla giunta d'una guarnizione di merletti? Del resto, abbia il nome che si vuole; sian parecchi i déshabillés delle signore, come gli abiti di mattina, da passeggio, da ricevimento, accollati, scollati, a mezzo scollo, e ne mutino due, tre, quattro volte in un giorno; saranno belle in due; tre, quattro maniere. La bellezza è cosa di cielo; ammiriamola, perchè narra anch'essa la gloria di Dio.

—Come siete stato gentile!—ripiglia la contessa Adriana, dopo aver concesso qualche minuto secondo alle mie ammirazioni.

—Che dite, contessa? Era il mio dovere. Volevo informarmi di ieri.
Tutto è andato bene, non è vero?

—Sì, quantunque, sarebbe stato meglio rimanere al nostro posto. Eravamo a discorrere al fresco; ci avrebbero trovati, e ci avrebbero fatto compagnia, se fosse loro piaciuto. Ma infine, io non andrò indagando tutte le ragioni che vi hanno persuaso a volere altrimenti. Forse ci perdevate un tanto a farvi vedere con una donna brutta; e allora….

—Signora!…

—Scherzo, sapete? So bene di non essere il diavolo. E non mi fate complimenti, vi supplico. Non ho parlato così colla intenzione di averne uno da voi. Li gradisco, ma quando non li ho provocati, e sopra tutto quando vengono spontanei, nella sincerità del momento; come accade a voi, che siete poeta. Ieri, per esempio, ne avete trovato uno bellissimo.