Il pensiero della Patti lo riassalì nuovamente. Una a una si ricordò le moine del suo gesto, le carezze della sua voce, le sue malizie procaci di Rosina nelle scene col vecchio o negli incontri con Lindoro, e un fremito sottile gli passava fra la pelle e le lenzuola, dove aveva dormito l'Adelaide. Bartolomeo avendo trovato il letto disfatto, come al mattino nell'uscire di casa, si era coricato dall'altro lato. Quindi le memorie di tutta la sua vita povera e modesta s'illuminarono come ai bagliori di un gran sogno, nel quale era solo colla Patti. Finalmente poteva alla propria volta essere come tutti i principi e farle la corte. Per loro tutte le porte erano sempre aperte, avevano dei brillanti da offrire, dei grossi titoli, e quella disinvoltura da gran signori, la sola, che anche vincendo l'indomani una cinquina al lotto, egli non potrebbe mai sperare. Per lui non c'era nulla. Povero suonatore di fila, accettato raramente al Comunale, vivendo delle proprie economie, non aveva che il diritto di sognare; miserabile diritto, che aumentava la forza del desiderio e il rammarico della impotenza. Nullameno si cacciava voluttuosamente in quel sogno. La Patti gli pareva la donnina più adorabile, per lui che aveva il gusto delle donnine da tenere sulle ginocchia. Steso sul letto, la pancia in aria, la testa ravvoltolata in un vecchio folardo, guardava con due grandi occhi spalancati nella tenebra la magìa della propria visione. Aveva caldo, la faccia gli scottava. Colle mani brancicanti sotto le coperte, e un prurito per tutte le vene, si veniva accarezzando il ventre come nell'intima e indefinibile voluttà di premerlo sopra una donna e di sentirla schiacciarvisi sotto. Se la Patti fosse stata seco in quel punto l'avrebbe forse soffocata per farle sentire tutta la propria forza. Poi chiudeva gli occhi, il sogno cresceva. La scena arrivava al punto, nel quale le commedie fanno calare il telone e i romanzi di una volta mettevano i puntini, ma sul quale si ostinava come al punto migliore agitando la testa sul cuscino. E un riso di contentezza gli restava sulle labbra di essere così felice, senza che il pubblico potesse nemmeno sospettarlo, con quella donna, difesa dalla etichetta di tutte le aristocrazie, e che era allora nel suo letto, di Bartolomeo, il quale la chiamava semplicemente Adelina, un nomignolo più breve di Adelaide ed infinitamente più vezzoso.

D'un tratto si sorprese a ripeterlo con voce alta; allora si scosse e si volse sopra un fianco.

Il sogno si alterò, si confuse, finchè svanì in un altro e si sciolse.

Ma la mattina sentì più acutamente la necessità di una spiegazione con Adelaide.

Sebbene l'avesse già osservato la sera nel coricarsi, il disordine della camera gli fece male; il portacatino era ancora presso la finestra pieno di acqua sudicia, la tovaglia gettata sul comò, il letto disfatto anche dall'altra parte. Una tale confusione nella propria vita e nelle proprie cose non se la ricordava. Fece la grande risoluzione. Così come si trovava, udendo l'Adelaide in cucina, uscì di camera. Non aveva che i calzoni con le tracolle e i piedi dentro due ciabatte tagliate da lui stesso colle forbici in due stivaletti vecchi. L'Adelaide accennò di ritirarsi, ma egli la trattenne:

— Adelaide!

— Che cosa volete?

— Sei stizzita?

— Che cosa ve n'importa? — E aveva già la maniglia della propria porta in mano.

La cocoma del caffè fumava sul fornello.