Con questi discorsi erano arrivati dinanzi alla locanda, una delle solite, metà osteria e metà albergo; molta gente l'ingombrava. Un cameriere di vecchia conoscenza venne incontro a Bartolomeo e gli fece mille complimenti, domandandogli dove era stato per sei mesi, se ritornava davvero, e scherzando gettava tratto tratto un'allusione galante, arrischiava un gesto confidenziale. Bartolomeo s'impacciava, Bodoni si era già seduto alla tavola col capo fra le mani. La sala rumoreggiava, era un va e vieni di camerieri, un vociare stonato, un cozzar di bicchieri e di piatti: dalla cucina, che si vedeva in fondo alla sala, veniva un odore grasso, uno stridio di frittura, che nauseava il palato; le berrette bianche dei cuochi passavano e ripassavano davanti all'uscio con un volo di colombi, gli ordini dei camerieri in cucina salivano e discendevano sulla gamma più assurda, nella varietà più strampalata di accenti. Bartolomeo si faceva grave, era senza appetito: Bodoni sembrava mangiare per compiacenza. Intorno a loro fioccavano i giudizi e le osservazioni sulla Patti, la esorbitanza del suo prezzo di cantante, nel quale nessuno osava acconsentire.

— Eppure — osservò Bartolomeo — tutta questa gente non avrà mai speso meglio quindici lire. Quante volte le avranno bevute in tanto vino cattivo. In fin dei conti la Patti è unica al mondo.

— Quale voluttà, ma quale sciagura! — mormorò Bodoni. Ad un tratto s'imbrunì.

— Ecco — disse — accennando ai discorsi di quella gente, perchè io avevo ragione d'insultare la Patti per essere venuta al Brunetti; il pubblico sarà sempre al disotto dell'arte, che per una fatalità della creazione gli è destinata. Vedi, mio caro, la gloria, che attira tutti gl'ingegni, è composta di questi discorsi; tutto finisce nel popolo, scienze, arti, industria, commercio, tutto per questo bruto che è senza riconoscenza, perchè è senza intelletto. I grandi uomini vissero sempre miserabili: e che importa al monello, il quale mangia le pesche, se l'albero muoia? Egli non ci pensa o, se pure, non se ne preoccupa, perchè sa che i peschi non finiranno mai. Quattro secoli fa non c'era musica a proprio dire, musica come intendiamo noi, quindi malgrado la ferocia dei costumi la poesia e la pittura erano nella massima voga. Oggi la poesia è rimasta nel sentimento di pochi, la pittura di pochissimi. Invano si fanno le esposizioni e si vende un quadro di Meissonier cinquecentomila lire: ciò prova che il lusso dei ricchi ha ancora bisogno di questa decorazione, ma l'anima del popolo non è più nella pittura. Sai tu che cosa si diceva quattro secoli fa in ogni palazzo e in ogni taverna? Michelangelo sta sbozzando una statua, Raffaello dipinge un quadro, Brunelleschi alza un palazzo, Ghiberti fonde un bronzo; e ognuno s'interessava all'opera, e l'artista povero si sentiva intorno una simpatia, che lo sorreggeva e dalla quale assorbiva la vita necessaria all'opera propria. E quando l'opera era finita, la moltitudine si pigiava alla porta del santuario, bestemmiando, osannando, perchè quella era l'opera di tutti eseguita da un solo. Oggi non è più così. Lo sviluppo dell'industria e delle macchine ha quasi ucciso l'uomo nell'operaio; i miracoli della meccanica più grossolani e di una utilità più immediata bastano alla sua fantasia, l'arte si è isolata nella classe dei ricchi. Qui la musica ha battuto la pittura. Siccome l'arte non giova che a interrompere la serie delle sensazioni reali con un'altra serie di sensazioni ideali, la musica è più facile ed efficace della pittura. La musica dell'orecchio vinse quella dell'occhio, giacchè in fondo, si tratta di due specie e di un genere solo. Anzitutto un quadro non si traduce, e sebbene al mondo si facciano molte copie, esse rispondono meno a un vero bisogno di pittura che a una moda decorativa: la musica invece la traduci, la trascrivi e, quello che è infinitamente meglio, la suoni da te solo, forse malissimo, ma ancora abbastanza bene per appagare il tuo sentimento di mezz'ora. La musica della pittura ci arriva attraverso un'immagine immutabile e che non possiamo quindi consultare in tutti i nostri bisogni: l'altra musica invece non ha immagini, parla e noi inventiamo il personaggio, magari noi stessi o un altro, poco monta; ride e noi inventiamo la bocca, piange e noi inventiamo gli occhi, esulta e la sua gioia serve ugualmente alla gioia di tutti, sospira e il suo sospiro solleva egualmente tutti i dolori. Alteri il tempo d'un motivo e ne fai così il linguaggio di qualunque situazione; e mentre il quadro non è appeso che alla parete del milionario e devi andare a cercarvelo, la romanza ti segue dappertutto entro il cervello, la riprendi e l'abbandoni dove vuoi. Ricco e povero ne hanno quasi un numero uguale, una medesima ricchezza, e perfino l'infelice, cui la natura discordò l'organo vocale, può ripeterle e gustarle nel pensiero. Sai tu perchè gli appartamenti sono oggi meno decorati e meno artisticamente? Perchè in ogni appartamento vi è un pianoforte: il pianoforte ha cacciato il quadro. Metti una statua in una soffitta e ne avrai una cattiva impressione, mettivi un violino e potrai dimenticarti presto di essere in una soffitta. Vedi: l'architettura è morta, la scultura sta morendo, la pittura per salvarsi è diventata letteratura. Al secolo d'oro il soggetto del quadro era un pretesto per disegnare un bel corpo o stendere un magnifico accordo di colori; adesso che il sentimento della bellezza e il senso del colore si è perduto anche nella classe dei ricchi, che comprano i quadri, la pittura è diventata romanzo. I compratori le domandano dei fatti e non dei colori, delle idee e non delle forme: quindi l'epopea e la tragedia vi signoreggiano, sotto di esse imperversa il dramma, più basso sghignazza la commedia, in fondo smorfeggia l'idillio, dal cui incesto colla realtà è nata la pittura di genere, il genere più odioso fra tutti i generi esistenti e possibili. Ma nella musica stessa comincia il decadimento, e la sua diffusione n'è causa; la diffusione, che degrada anche le religioni, perchè così si arriva nel popolo. Il concime fa nascere il fiore, ma se il fiore lo tocca colle foglie avvizzisce. Ti vuoi persuadere della nullità del popolo in arte, una verità che la scempiaggine del giornalismo liberale è quasi riuscita a far passare per una menzogna? Ricordati tutte le canzoni popolari delle nostre due rivoluzioni '48 e '59 e giudica se il maggior avvenimento accadutoci da millecinquecento anni, la resurrezione della terza Italia ottenuta con tanti miracoli di ingegno e di sangue, non ha inspirato che l'inno di Garibaldi e «l'Armata se ne va». Il popolo, mio caro, non è che plebe, e la plebe è un bruto. I Romani, che l'avevano conosciuta, invece di buttarle come noi la sovranità nazionale o la infallibilità politica, le davano «panem et circenses», cioè pane e sangue. Ma in questo caso il pane era sprecato.

E Bodoni stanco egli stesso dalla lunga dissertazione non disse altro. Bartolomeo, che non ne aveva capito quasi nulla, invece di domandarne spiegazioni, sedotto dai discorsi dell'altra gente ritornò sulla Patti, e l'altro, che per caso si trovava ad essere veramente serio quel giorno, cominciò su lei un'analisi fine e profonda. I più vicini si misero ad ascoltare, ed allora alzò involontariamente la voce, crebbe di vena, trovò una vivacità d'appendicista, per uno di quei successi di trattoria, ai quali si resiste così difficilmente e che ottenuti umiliano tanto. Fortunatamente l'ora del teatro si avvicinava, pagarono il conto, Bartolomeo trovò che era troppo caro avendo mangiato così male, poi fu tutto contento di accompagnare Bodoni a casa per non passare dalla propria.

Il teatro fu egualmente affollato, la Patti una Rosina inimitabile, una cantante anche più perfetta.

Siccome la maggior parte del pubblico l'aveva già veduta nelle parti di Violetta, la sua trasformazione parve ed era veramente un miracolo; l'ovazione salì di scena in scena, piovvero i fiori, tutti i complimenti che una folla in delirio può tributare a un idolo. Bartolomeo piangeva, ma erano lagrime d'allegria. A rovescio delle predizioni di Bodoni, la malizia di Rosina gli riusciva più grata del sentimentalismo di Margherita. Niccolini fu un Lindoro come era stato un Alfredo, Moriami invece il più bel barbiere di Siviglia. Alle emozioni terribili della sera innanzi successero le emozioni gaie, il solletico sensuale della commedia più bella, forse l'unica che si conosca nell'arte. La Patti sfoggiò tutte le risorse del mestiere, fu un organetto come sua sorella Carlotta, un usignolo, una capinera, un'equilibrista, che si dondolava sopra il filo d'una nota, e l'attenuava all'infinito senza romperla. La sera innanzi aveva trionfato lo stile, quella sera signoreggiava il metodo, prima il sublime dell'arte nel canto, poi il sublime della natura nella voce.

Durante lo spettacolo Bartolomeo, che si era dimenticato di essere sotto gli occhi dell'Adelaide, fu di una ilarità clamorosa, cercando inutilmente di ottenere una seconda occhiata dalla Patti, mentre svolazzava col suo gramurrino di farfalla sui lumi della ribalta. Poi, quando il telone si abbassò all'ultimo atto, egli fu dei primi ad applaudire cacciando addirittura le mani sul palcoscenico. Il suo faccione imporporato dallo sforzo e la sua statura gli avrebbero in tutt'altra occasione attirato gli occhi del pubblico, ma l'emozione dell'ultimo addio alla grande artista e la confusione di tutta l'orchestra non lo permise. La Patti tornò chi sa quante volte a salutare, duecento mani parevano volerle brancicare la veste; ed ella tornò ancora, ricevette sulla fronte tutto l'anelito di quel saluto, aprì i raggi di tutte quelle occhiate, strisciò come un sogno su tutte quelle fantasie, battè come un palpito in tutti quei cuori, si chinò, si rizzò nel suo sottanino di libellula, coi suoi occhi d'Andalusa, col suo corpo d'uccellino, sopra i suoi stinchi di mosca, col suo prestigio di artista, colla sua magìa di cantante, balenò, oscillò, disparve.

Il telone la celava forse per sempre agli occhi dei bolognesi.

Quella sera i suonatori si dispersero col pubblico, e Bartolomeo rimase solo. Attese mezz'ora nella bottiglieria, poi dovette andarsi a casa. La casa gli parve deserta, sulla tavola non trovò la candela coi zolfini, nella camera dell'Adelaide non si udiva rumore. Nullameno era rientrata. Tutto il suo buon umore sparì: la cucina abbandonata aveva un aspetto desolante, non vi erano legne nell'angolo, mancava l'acqua nei secchi. Perse qualche minuto in questa analisi, poi vergognandosi di potere essere sospettato dall'altra stanza, prese l'ordinaria risoluzione contro la tristezza, e si mise a letto.