Il resto dell'atto sembrò interminabile, il dolore di Niccolini fu ridicolo essendo falso, e lo sarebbe stato più essendo vero; i conforti di Moriami, di una scioccheria appena perdonabile ad un padre, che non può aver torto vantando i prodigi del proprio cielo provenzale. Niccolini seduto sull'unica poltrona di casa, la mano alla fronte, conservava abbastanza sangue freddo per non scomporsi la sapiente pettinatura; mentre Moriami imbarazzato sotto quella parrucca ed entro quegli abiti da vecchio, egli che la sera dopo doveva essere il più bel Barbiere di Siviglia, seguitava la predica. La quale produsse finalmente il solito effetto, e quando sperava di aver persuaso il figlio a prendere il primo treno per la Provenza, questi indovinando dall'ultima lettera di Flora, trovata sul tavolo, che Violetta sarebbe a quella festa per trovargli il successore, scappava impetuosamente per Parigi.
Si credeva che il telone sarebbe calato secondo il solito, per dare alla prima donna il tempo della grande toletta da ballo; ma forse la Patti volle provare di riuscirvi in pochi minuti, e l'atto seguitò. Solamente la scena passava dalla campagna a Parigi, in casa di Flora, che quella sera dava un ballo in costume. Gl'invitati alla cena di Violetta dovevano convenire nella festa di Flora. Infatti un'orda di zingarelle e di ballerine sboccò da una porta laterale del gran salone, illuminato da palle di carta oliata, che imitavano i globi di cristallo: ma Verdi o l'impresario non avendo osato affrontare la realtà di un ballo, la scena rimase fredda. Poco dopo un fiotto di mattadori spagnuoli irruppe dalla medesima porta, e volle cantare un secondo coro alla padrona di casa, che non ne capì nulla come il pubblico. Se gl'invitati seguitavano a venire a torme, la festa doveva finire per essere ben numerosa. Però la crisi del dramma appressava. Alfredo, pallido ancora dalla lunga corsa dal casino a Parigi, entrava vestito da ballo come alla prima cena di Violetta: gli stessi amici lo aspettavano al giuoco. Accettò, ed aveva appena puntato il primo luigi, che Violetta giungeva a braccio del barone, parata di un abito di raso bianco, meno bianco tuttavia del suo volto. Uno strascico lungo come la coda di una cometa, ornato di camelie bianche e costellato di brillanti, la seguiva ondulando sulla scena. L'abito era un capolavoro di ricchezza e di semplicità. Ella pareva uno spettro. I capelli neri, divisi sulla fronte come quelli di una madonna, le cadevano sulle orecchie con una trascuratezza, che stringeva il cuore. All'estremo pallore della faccia e al largo cerchio turchino sotto gli occhi, si capiva subito che quella donna doveva aver pianto troppo o dormito troppo poco; e, venuta per forza alla festa, si era lasciata abbigliare dalla cameriera senza accorgersene. Violetta non si sarebbe mai disposto quelle camelie in fila sul fianco, come un rosario di fiori, nè piantato quel fermaglio sull'ultimo bottone del corsetto scollato. Fiori e gemme erano troppi: una collana di perle le cingeva il collo, i monili le salivano per tutto il guanto quasi all'altezza del gomito, una minutaglia di brillanti le balenava da ogni piega dell'abito, persino dalle fibbie delle scarpe. La pompa insultante della toletta guastava l'aristocratica delicatezza della sua figura, alla quale la piccola camelia bianca sulla fronte avrebbe dato un ben altro significato di poesia.
Come tutti gl'innamorati, che cercano uno scandalo, Alfredo aveva subito alzato la voce provocando il barone al giuoco. Il barone aveva acconsentito ed aveva perduto. Fortunatamente quando l'alterco stava per scoppiare, e Violetta lo seguiva con occhio smarrito, un servo venne ad annunziare la cena. In due ore era la seconda per i coristi, che nullameno urlarono ad unanimità: andiamo! I due rivali dovettero seguirli per ultimi, non senza scambiare prima qualche frase equivoca di minaccia; e la scena rimase vuota. Ma Violetta rientrò barcollando quasi immediatamente; aveva indovinato il disegno di Alfredo, e voleva impedirlo affrontando magari tutte le contumelie ed i graffi della sua gelosia. Da vero collegiale Alfredo non capì nulla della sua costernazione. Violetta avrebbe voluto inginocchiarglisi ai piedi, se il pericolo di essere sorpresi non l'avesse trattenuta, e cogli occhi dilatati dallo spavento, che le battevano come nell'abbarbaglio di un miraggio, vacillava ad ogni sua cattiva parola. Egli era superbo, affettato. Quella preghiera sbigottita gli saliva alla testa come l'ultimo incenso di un amore non ancora ben spento; epperò, malgrado ogni feroce proposito, gli trasse di bocca qualche motto di fuga. Allora Violetta ebbe un gesto così sublime di disperazione, che tutto il teatro fremè: Niccolini invece saltò alla porta con due grandi passi tragici, e, prima che ella avesse il tempo di vietarlo, chiamò tutti i coristi. Era destinato che quegl'infelici non dovessero cenare. Infatti accorrendo di malumore gli fecero cerchio intorno come in piazza: gli altri invitati arrivavano, Flora si mise a fianco di Violetta, il barone pretesto imbecille di tutta la scena, si cacciò coraggiosamente fra loro ed Alfredo, che aveva avuto il tempo di atteggiarsi con tutta la maestria di un provetto cantante. Ma questa volta fu tenore e buono. La sua invettiva, da principio a voce sorda, crebbe tremendamente di parola in parola, come se nella veemenza dell'ira gli si rischiarasse la voce. I capelli neri arricciati con tanta civetteria sulla fronte, questa volta gli squassavano come una criniera, mentre colla faccia vampeggiante di rossore, e i garretti tesi come un leone che sta per spiccare lo slancio, gualciva nella mano contratta la terribile borsa. Sciaguratamente per lui Verdi aveva perduto tutto l'impeto della maledizione, ripigliandone la cadenza con una modulazione da stornello nel momento, che lo scoppio di quella collera, quasi degna di un eroe e così vera per un geloso, doveva avere la detonazione di una bomba. Niccolini dovette scomporsi. Il pubblico lo perdette di vista per Violetta. Aggrappata alle sottane di Flora col viso stravolto dall'orrore dello sfregio imminente, il seno anelante, la bocca aperta per un urlo impossibile, che sospendeva il battito di tutti i cuori, tremava ed oscillava come un giunco. La sua veste bianca pareva una falda di neve, la sua faccia una faccia fantastica. Era troppo! Quella scena di Alfredo doveva essere un sogno peggiore di ogni realtà, una immaginazione spaventevole di un fatto non mai accaduto! E in quel raccapriccio Violetta rassomigliava all'olandese del vascello incantato, colla indescrivibile fisonomia, che solo una tempesta di mille anni ha potuto comporre. Non le restavano più che gli occhi e la bocca, il resto era tutto bianco come una nebbia, che sarebbe svanita con un soffio. Ma i suoi occhi ardevano, e nelle contrazioni della bocca muta le ruggivano tutte le strida della procella. Tratto tratto una frase infame di Alfredo l'attirava e la respingeva, mentre un terrore tragico le saliva dall'anima sul volto come un'ombra sopra una larva. Le sue mani sole parlavano, e una parola inarticolata, unica e tremenda, una negazione irresistibile ed inutile le crepitava nell'ultima convulsione dei lineamenti. Ognuno tremava, ma la tensione delle anime era tale, che la più piccola percossa avrebbe determinato un'esplosione. E fra il rombo di quell'anatema ed il silenzio di quell'esecuzione, nella quale la vittima era innocente, Violetta cresceva. Ritta sulla punta dei piedi, le mani raggrinzite sulle spalle di Flora come per sollevarsi al disopra di quel gesto che le cadeva sul capo, la sua bianca figura sembrava allungarsi in un prodigio di luce bianca: e quando Alfredo, sfinito di rabbia, le scaraventò in faccia la borsa, trattenendo lo scatto più brutale di uno schiaffo, ella pure gli si avventò dall'alto del suo bagliore di angelo, e respinta dalla ferita mortale si abbattè vacillando sulle spalle di Flora.
Il teatro ruppe in un urlo di liberazione; l'incubo si era risolto nella morte.
Ma invece di attendere ai rimproveri del padre, che arrivava in buon punto per compiacersi dell'opera propria, o al borbottio di Alfredo prolungato dalla musica in una imitazione di gargarismo, mentre il barone approfittava del frastuono per minacciare impunemente, tutti gli sguardi si accalcarono intorno al sofà di Violetta. Era svenuta in atteggiamento scultorio. Poi sembrò ridestarsi, e girando intorno gli occhi, sentì nella cantilena del coro il dolore della propria ferita. Alfredo si era quasi rincantucciato come un pauroso dietro la gente. Allora senza vederlo, con un gesto di martire, ella esalò l'ultimo sospiro d'amore. Il sacrifizio era compiuto e la vittima era viva. Il suo abito bianco pareva una tunica di angelo, la camelia della sua fronte un astro. La sua voce pura, come il suo cuore dopo l'olocausto, cantava fra quella turba ad una visione trionfante, quando Alfredo sapendo finalmente la verità verrebbe a morire d'amore sulla sua fossa recente. Un'ultima generosa malinconia velava la gioia del suo perdono, mentre i suoi occhi illuminati dalla fede si appannavano di una lacrima tardiva. Ella si obliava nel canto. La sua invocazione, forte sul principio come il grido di un risorto, s'indeboliva lentamente nel murmure concitato della folla, sulla quale la sua anima bianca si librava come una nuvola di sacrificio sull'altare. L'accordo tumultuoso di quel pieno, che sembrava sostenerla, dava un'acutezza quasi più limpida agli squilli, una lentezza più mesta alle cadenze della sua voce. Tutta l'orchestra ondeggiava, la bacchetta del direttore non percuoteva più la lingua di latta, e la Patti cantava sempre in quell'attitudine di statua, animata da un sentimento che eccedeva la vita, e al quale solamente il suo canto poteva infondere la verità. Quindi il telone avviluppò nuovamente tutta la scena, e il finale s'interruppe senza che paresse esaurito.
Il pubblico, che non se l'aspettava, ne rimase intontito. Poi le conversazioni risorsero in mezzo ad un applauso pieno di urla rotte e di gesti maniaci. La platea era in piedi, uomini e signore, tutta la gente si sporgeva dai palchi, si protendeva dalle gallerie, precipitava quasi dal loggione. Era come un'enorme scommessa a chi troverebbe la percossa più sonora, l'evviva più clamoroso, il grido più entusiasta. E tutto ciò in uno strepito di sommossa, che eccitava perfino le adesioni compassate dei pochi aristocratici, alzando il pigolìo delle signore a schiamazzo di fanciulli. Per tre o quattro volte il telone si squarciò, e la Patti vi apparve nel mezzo come dentro una nuvola; la sua testa non aveva più il tragico pallore, e si chinava sotto la carezza della tempesta con una grazia di airone. Quindi un bisogno più intenso arrestò l'ondata dell'applauso, e ognuno si volse con una specie di precipitazione al vicino: vi furono ancora degli scoppi parziali, degli impeti, che dal loggione attraversavano la platea, e l'ovazione si sommerse nel rumorio delle conversazioni. L'aria era salita a una temperatura tropicale senza che alcuno vi badasse: i visi erano caldi come le parole, gli occhi scintillavano come le osservazioni.
— Bartolomeo, meo, marameo — guaì il violoncellista slanciandosi verso il contrabbasso caduto pesantemente a sedere; e ripetendo con perfetta intonazione le ultime note della Patti nel finale dell'atto: — finalmente se ne sono accorti; hanno applaudito al miracolo! Te lo avevo predetto — insistè con una esplosione di orgoglio dispettoso.
La sua testina di monello ingegnoso e depravato gettava lampi, mentre tutti i suoi moti scattavano con un'energia, che non si sarebbe mai sospettata in quel corpicciattolo. Tutta l'orchestra era in piedi, una ressa di artisti stringeva il direttore disceso dal pulpito.
— Li vedi, Bartolomeo — proruppe accennandoglieli imprudentemente del dito — che ricevono l'imbeccata? Ah! se io fossi quella donnina, piccola come tutti i tesori, che hanno un valore inestimabile; ancora abbastanza bella, perchè la sua voce che è la prima bellezza del mondo sia bene incorniciata dal suo volto, credi tu che vorrei venire al Brunetti? Perchè canta questa donna? Diecimila franchi per sera... e poi? A che cosa le servono diecimila franchi? per comprare un abito, e tornando nuovamente sulla scena guadagnarne altri diecimila. Ciò è assurdo: è la nostra vita miserabile trasportata nelle ricchezze, il nostro mestiere nel genio. Noi possiamo vivere così: abbiamo preferito di tirare un arco piuttosto che una sega, ci pagano quattro franchi per sera la nostra segatura di note, che il pubblico piglia per musica e se la goda: ciò è abbastanza degno di noi e di lui. Io non canterei.
— Perchè? — domandò ingenuamente Bartolomeo, che aveva ascoltato mezzo distratto quel discorso proferito con una precisione piena di sussulti.