Questa volta Momo non sorrise, disse che s'incaricava di far cantare i giornali, dove scriveva, e nei quali aveva moltissimi amici. La sala sarebbe una delle solite.

— Se tu mi sei contro?! — disse Giorgio ammirato di quella facilità.

— Mio caro, nel mondo bisogna avere due opinioni su tutto, forse per essere perfetti — seguitò con ironia — bisognerebbe avere anche due morali. Io ti condanno, ma lavorerò perchè il pubblico ti assolva, e, se ci riesco, il pubblico avrà preso a prestito la mia opinione invece che quella di un altro. Mio caro, il pubblico di tutte le sale, non bisognerebbe mai dimenticarselo, siccome giudica sempre sopra una prima sensazione, ha bisogno che qualcuno gli prepari il proprio giudizio; i critici da giornale non servono ad altro, e se vogliono fare di più, cessano di essere capiti. Forse riusciremo, ma la tua vittoria non sarà per questo una vittoria decisiva nel campo dell'arte.

E questo concerto divenne il tema delle loro conversazioni e dei loro sforzi.

Momo, maggiore di cinque o sei anni, e che allora lavorava ad un romanzo, buscandosi la vita quotidiana cogli articoli di giornale, era di una compiacenza inesauribile. Firenze cominciava a ripopolarsi, Mary non era ancora tornata da Scarperia. Quando ebbero fissato il giorno del concerto, Momo aprì la crociata nei giornali a favore dell'amico con una serie di articoli sopra la musica moderna, sul Berlioz, e sul Rinaldi, questo illustre italiano incognito solamente in Italia; e Giorgio, che non approvava le sue idee artistiche, giungeva quasi a lagnarsene. Il giorno spuntò. Giorgio non dormiva da parecchie notti, era sparuto e nervoso come un malato; aveva indossato una nuova marsina del miglior taglio, e per gentile superstizione l'ultima delle sei camicie, che la povera Anna gli aveva cucito per il primo concerto. Momo, che si era accorto di quel convulso, non lo lasciò tutto il giorno, e fece inutilmente ogni sforzo per distrarlo. Mano mano che s'avvicinava l'ora, Giorgio si rabbuiava e non parlava più: per strada i grandi cartelli colorati, col suo nome a lettere cubitali, gli davano dei sussulti.

Passando davanti al campanile di Giotto:

— Se la mia musica fosse così, credi che la capirebbero? — disse Giorgio.

— Credo di sì.

— T'inganni, le creazioni fantastiche non sono intelligibili che alle fantasie.

E non parlarono più.