Nullameno Firenze cominciava ad interessarlo. Uno dei suoi luoghi favoriti era il Mercato Vecchio, una città microscopica dentro la grande, una topaia dentro il portentoso capolavoro di una cattedrale. Egli ci viveva col popolo, mangiando alla stessa cucina economica e succolenta, abbandonandosi alla novità musicale di quel gergo, melodico come un canto. Talvolta pure si metteva dietro a un suonatore ambulante, e gli dava sempre un soldo, spremendo un'acuta voluttà dagli sguardi curiosi del povero rapsodo, il quale si vedeva perseguitato da quel bel signore, e non sapeva che quel signore era forse il primo violoncellista del mondo. E a poco a poco la musica lo riattirava. Il pretesto di quel poema, opposto alla signora Edvige, per sottrarsi ai bagni, gli ritornava alla memoria, e una sera seduto sul piedistallo del David in faccia al sole morente, guardando le prime ombre discendere dai colli decise di scrivere la Notte. In quei giorni si legò con un giovane fiorentino, piccolo e bruno, boemo come lui. Pareva poverissimo, ma era allegro, chiacchierava bene e volentieri. Alle prime parole simpatizzarono, alla fine della colazione erano intimi. Giorgio, che dalla morte dell'Anna non si era più sfogato, si gettò nel cuore del nuovo amico, parlandogli da solo per due ore, piangendo e bestemmiando; mentre l'altro ascoltava mano mano più severo, rispondendo appena con qualche parola. Egli si chiamava Momo Martelli, un nome diventato celebre nella letteratura di questi ultimi anni, e che allora si nascondeva dietro varie maschere di pseudonimi.
Momo taceva. Lo lasciò effondersi liberamente sulle proprie sciagure, ma al capitolo dell'arte protestò energicamente. Momo non era uno dei soliti boemi, che si credono novatori per ciò solo che sono ribelli; aveva ancora un sincero entusiasmo pei vecchi capolavori, e lacerava con mordace ironia la inane vanagloria dei nuovi artisti, che, dopo aver deriso il passato, lo copiano. Per la prima volta Giorgio si trovava di fronte a un ingegno giovane come il suo, ma più colto e più forte: quasi quasi se ne adontò. Momo aveva delle frasi più dense di pensiero, e lo stringeva così forte, che Giorgio inferocito della sconfitta gli disse con uno scatto di orgoglio:
— Vieni domani, ti farò sentire il mio Giorno.
— Lo sentirò al concerto, che darai: io discuto volentieri un'opinione, non un'opera coll'autore. C'è il pericolo di non capirsi, e quasi sempre la sicurezza di guastarsi. In pubblico non è così: il nostro giudizio si integra di tutte le sensazioni dei vari temperamenti. Piuttosto domani ti porterò un libro di Balzac; se questo non ti salva, tu sei perduto — aggiunse con un sorriso, che voleva essere scherzoso ed invece era triste.
La mattina Giorgio ricevette il piccolo volume, e lo rilesse due volte con un tremito sempre maggiore di sentimenti e di idee. Avrebbe voluto veder Momo per parlargliene, ma non riuscì a trovarlo; gli andò a casa, lo cercò per Firenze, salì due o tre volte alla Laurenziana, dove gli aveva detto di capitare sovente, e alla fine del quinto giorno lo sorprese in una delle solite bettole di Mercato Vecchio.
— Così? — chiese Momo.
— Gambara è morto pazzo, ma aveva ragione.
— Me lo immaginavo — e non volle intendere altro.
Invece parlarono di dare un concerto ai primi della stagione d'inverno. Momo tornò alla carica, perchè il concerto fosse, secondo il solito, con accompagnamento di orchestra; ma Giorgio fu irremovibile.
— L'orchestra sono io.