Passa una coppia, ove non è la luna.
Risa sommesse. Aneliti. Carezze
senza pietà, come vendette. Asprezze
di baci folli. Poi, silenzio. È l'una.
Si smemora la notte, in un'insania
dolce. È il languor dei grappoli d'acacia.
È quella coppia in ombra, che si bacia.
È l'aroma del filtro di Brangania.—
.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditi
il viso coi tuo vel, tu che sei sola!...
No.—Resti.... Non v'ha lacrima o parola
di rimpianto nei calmi occhi profondi.
Sola sei, con la nera ombra difforme
tua, che t'insegue sul pallor sidereo
del marciapiede. E fredda, nel cinereo
volto di sfinge e dentro il cuor che dorme.
Pur ieri ardevi sino alle midolla
del fuoco per cui sol bella è la vita.
Chi ti strappò l'anello dalle dita?...
Chi a te del sogno inaridì la polla?...
.... Vedesti il teschio nello specchio, tu.
Quei felici che passano, non sanno,
ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'inganno
in quella lastra!...—Ora non soffri più.—
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[A UN SUICIDA]
Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.
Che anima di crusca avevi tu
mai, che al primo fendente, a mucchio, giù
t'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.
Sei una cosa inutile, che il piede
getta da un lato, e terra copre, e croce
non vuole. Non più bocca hai per la voce,
nè mano per carezza, e cuor per fede.
Ah, sol per questo, vivere era bello,
sia pur soffrendo!... Piangere o godere,
abbrividir di strazio o di piacere,
che importa, pur di esistere, o fratello?...
Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosa
sola ho il ribrezzo: della morte.—Il resto
è gioco, anche il dolor più orrendo, questo
dolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:
e più esso m'affanna, e più vibranti
fiamme attizzo al mio fuoco d'energia:
e poi che andar bisogna, e tu la via
mi sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.
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[IL POZZO ABBANDONATO]
In fondo al pozzo abbandonato è notte.
Muffe rampanti, viscidi licheni
bacian, con bocche gonfie di veleni,
la scabra pietra e l'ime acque corrotte.
Non stridìo di carrucola, non rostro
gaio, reggente a grossa corda il secchio
che, grondando, risalga, a glauco specchio
del sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.
Vive di sè, della tenace polla
che, dal concavo sasso in sue perenni
forze fluendo, il sonno dei millenni
rompe con qualche pullular di bolla.
Più non ricorda che una bocca umana
di lei godette, in lei languì, rinacque
dal refrigerio limpido dell'acque
quale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vana
ormai, sgorgar da chiara tazza agli avidi
aperti labbri, all'arse fauci, ai vivi
moti del cuore, in schietti sorsi, in rivi
di freschezza, in rigurgiti soavi!...
Sol ritrova sua vita e sua fortuna
se, cinta d'astri come d'una rete
di gemme, il volto pallido per sete
specchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.
Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìo
trepido, un riso d'èstasi, un gorgoglio
appassionato, un impeto d'orgoglio
che la solleva dal malvagio oblìo:
fino alle scaturigini traluce
di perle in danza, al magico fulgore:
in ogni guizzo, in ogni goccia amore
palpita; ed acqua più non è; ma luce.
.... Così, così, dal pozzo che scavasti
tu stessa, anima mia, per esser morta
pria di morire, e dove stagni, assorta
nella rinunzia d'ogni ben che amasti,
ti svegli, tutta in fremito, di schianto,
nell'inganno d'un sogno; e in quel bagliore
sommersa, torni luce e torni amore,
trasfigurata dal sereno incanto.
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[RIVO FRA PIETRE]
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