SCENA SECONDA

SIFACE, SOFONISBA.

SIFACE Alto stupor pinto hai nel volto, o donna, nel rivedermi?—Esser doveva io spento: benigna in ciò la fama ebbi, ma avversa la fortuna, pur troppo!

SOFON. Oh inaspettata terribil vista! Or mi è palese appieno l'orrendo arcano…

SIFACE Infra te stessa parli? A me favella. Or, mirami; son quello, quel tuo consorte io son, che, a te posposto e regno e onor, privo d'entrambi, avvinto infra romani lacci, ancor su l'orlo della bramata tomba il piè rattengo, per saper di tua sorte.

SOFON. Oh detti!… Ahi! dove, dove mi ascondo?…

SIFACE Ah! di vergogna, e a un tratto di morte l'orme (oh cielo) impresse io veggio sul tuo smarrito volto? Assai mi parla il tuo silenzio atro profondo: io leggo dentro al tuo cor la orribile battaglia di affetti mille. Ma, da me rampogna niuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi, e da tutti deserto, ancor pur sento di te piú assai, che non di me, pietade. Conosci or, donna, s'io t'amai.—Mi è noto, che il comando del padre, e l'odio acerbo che per Roma hai nel petto, eran tue scorte al mio talamo sole; amor, no mai, tu per me non avevi. Io stesso adduco le tue discolpe, il vedi. Io so, che d'altra non bassa fiamma ardevi tu, giá pria d'essermi sposa. Amor per prova intendo: sua irresistibil forza, il furor suo, tutto conosco: e, mal mio grado, io quindi amai te sempre. A riamarmi astretta tu dalle umane e sacre leggi, amarmi non ti fu pur possibil mai.—Gelosa rabbia mi squarcia a brani a brani il core: vorrei vendetta; e, abbenché vinto e inerme, dell'abborrito mio rival pur farla quí ancor potrei… Ma, tu trionfi, o donna: piú che geloso ancora, amante io vero, col mio morir salva lasciarti or voglio.— Perdonarti, fremendo; a orribil vita esser rimasto, odiandola, e soltanto per rivederti; ardentemente a un tempo lieta con altri desiarti, e spenta; or, come sola de' miei mali infausta fonte, esecrarti; or, come il ben ch'io avessi unico al mondo, piangendo adorarti… Ecco, fra quali agitatrici Erinni, per te strascino gli ultimi momenti del viver lungo e obbrobríoso mio.

SOFON. …Ardirò pur, ma con tremante voce, l'alma mia disvelarti.—A dir, non molto mi avanza: in mio favor, troppo dicesti tu, generoso: a morir sol mi avanza, degnamente, qual moglie di Siface, qual d'Asdrubale figlia.—Al suon, che sparse del tuo morir la fama, è ver, ch'io ardiva la mia destra promettere; ma data non l'ho: tu vivi, e di Siface io sono. Le tue vendette, e in un le mie, null'uomo contra Roma eseguir meglio potea, che Massinissa. Di tal speme io cieca, e presa in un (nol niegherò) del suo chiaro valor, toglierlo a Roma, e farlo di Cartagine scudo ebb'io disegno. Ma, Siface respira? al suo destino, qual ch'ei lo elegga, inseparabil io compagna riedo, e non del tutto indegna.

SIFACE L'alto proposto tuo, grande è sollievo a re infelice, e a non amato sposo; ma ad un amante oltre ogni dire ardente, qual io ti sono, ei fia supplizio estremo. Giá da gran tempo entro al mio core ho fermo il mio destin, cui mai divider meco, no, mai non dei. Preghi e comandi ascolta, donna, or dunque da me… Ma Scipio a noi veggio venirne: a lui soltanto al mondo bramo indrizzar gli ultimi accenti miei.