V.
Ma le cose non seguirono colla sollecitudine che il conte avrebbe desiderato. Nick lo teneva sulla corda; s’erano incontrate delle difficoltà; — la malattia di Suceawa, le usanze della loro gente, gli scrupoli di Dan, la lontananza; egli però inviava al balubassa dei messaggi continui, dei quali il conte faceva le spese.
Intanto l’accampamento invadeva il castello. Nick, sotto pretesto che sul poggetto delle quercie era esposto ai venti di tramontana, aveva trasportate le tende sullo spianato a fianco del portone.
Egli usava ed abusava della sua libertà d’ingresso; e il suo abuso serviva di titoli ai compagni. Egli veniva a tutte l’ore nello studio del conte, e raramente ne usciva a mani vote. In questo mentre la sua gente si ficcava nei cortili, nelle stalle; le donne irrompevano nelle cucine, gli uomini sui fienili, e i ragazzi nell’orto, nel giardino, dappertutto, mendicando, rubacchiando; umili, insolenti, beffardi; scacciati, ritornavano poco dopo alla preda, come i tafani.
Il maggiordomo era disperato, credeva d’impazzire. Qualche volta gli «sfuggiva» una qualche bastonata, o qualche pedata; ma il sollievo era poco in confronto del tormento. E gli bisognava usar prudenza, rispettare la volontà del padrone.
Il quale, più che mai infervorato nel suo progetto romanzesco, non vedeva nulla, non voleva sentir nulla, passava la giornata chiuso o galoppava per la campagna, ricamandolo coll’immaginazione di nuove delizie e di nuove finezze.
In una di queste sue corse essendosi dilungato di circa cinque o sei miglia da Peveragno, dalla parte di Santhià, incontrò una vecchia zingara che raccoglieva erbe sul margine d’un prato.
La donna parve riconoscerlo e lo salutò.
Il conte si fermò a guardarla — ed allora essa lo salutò di nuovo, gli venne incontro, e, guardandosi intorno per precauzione, gli disse:
— Se il derai regalasse la povera Nad, essa direbbe qualcosa.
Egli le buttò una moneta, e stava per allontanarsi, ma la vecchia riprese:
— Nick ingannatore, ingannatore.
— Perchè? domandò il conte.
— Egli non dir nulla, non far nulla, promettere, non mantenere.
E così, con questo linguaggio scucito, gli disse ch’era Nad la nonna di Luscià, gli contò come Nick avesse allontanata lei con la nipotina dall’accampamento di Peveragno per profittare più a lungo della sua bontà.
La vecchia abbassò la voce.
— Se voi volete vedere Luscià...
— È qui? dove?
La vecchia gli indicò il profilo di alcune tende che apparivano fra i salci.
— Volete?
Ella si allontanò frettolosamente, e il conte, smontato da cavallo, sedette contro la ripa della strada, le briglie in mano, ad aspettarla.
Poco dopo Luscià, sbucando da un vicino campo di granoturco, gli buttava le braccia al collo, sclamando:
— Bel rai, buon rai, sor lo rai, sei venuto vedere Luscià, Luscià t’aspettava, Luscià innamorata dei tuoi begl’occhi, che hai recato a Luscià, bel rai, buon rai?
Così tutto d’un fiato. Poi tacque, abbandonandosigli voluttuosamente sul petto e sulle ginocchia.
Aveva il viso acceso, gli occhi lucenti, i capelli vagamente scomposti e cosparsi di fioralisi; il suo corsetto celava a stento il seno precocemente turgido: era affascinante.
Il sole era alto, abbagliante, il cielo striato di sottili strisce bianche, l’aria grave, profumata di vapori ardenti; nei campi uno stormire leggero, un brivido soffocato; una cicala strideva ad intervalli e cresceva il silenzio.
Il conte, impacciato, si schermiva debolmente da quell’improvvisa festa della fanciulla.
E Luscià smetteva le sue tenerezze, si quetava ad un tratto, si rizzava in piedi, non intimidita, ma docile, indifferente.
Egli chiese di Nad.
La vecchia non era lontana; accorse prima che Luscià la chiamasse.
Il conte, avendole promesso ricompensa se riusciva ad avvertir il balubassa, ella lo condusse da Cihari, il capo della squadra colà accampata; il quale, lietissimo di supplantare Nick nelle trattative e nella senseria, si profuse in proteste di devozione, dichiarò che Dan non poteva tardare a passare per la Val Sesia, che sarebbe andato ad incontrarlo, e glielo avrebbe condotto a Peveragno. Così restarono.