IV.
Il conte in tutte le cose preferiva la strada diritta. Mandò a chiamar Nick.
E Nick figlio di Peter venne l’indomani, scortato da due romes della sua squadra.
Quando si presentò alla porta del castello, Antonio, che a malincuore obbediva all’ordine ricevuto dal conte d’introdurlo, si sforzò invano di trattenere i due compagni.
Nick vi si oppose ostinatamente; giurò per tutti i suoi dewol che senza loro non avrebbe fatto un passo solo oltre la soglia.
Egli era un perfetto campione della sua razza; possedeva al più alto grado la servile scaltrezza e la spavalderia petulante, — le due caratteristiche accoppiate di quella plebaglia, che da tanti secoli trascina per il fango di tutto il mondo la sua primitiva abbiezione del Soudra indostanico.
Nick spiegava a perfezione l’una e l’altra di queste sue qualità, secondo i casi.
Girando per le case, per guadagnarsi il pane, quando non poteva azzaffarlo senza fatica, si mostrava umile, dimesso, insistente. Non c’era paiolo che, passando per le sue mani, non comparisse bucherato in più luoghi, e che egli, colle sue istanze, non riuscisse a farsi rilasciare per la rattoppatura.
Ma, all’occasione, nessuno sapeva far valere più alto di lui, al cospetto di un estraneo alle sue razze, a un gadchi qualunque la sua aristocratica qualità di Romnitschel, figlio della donna.
Gesù era «figlio dell’uomo;» — lo zingaro è «figlio della donna» e il suo me hom Romnitschel, vale, per lui, il civis romanus sum.
È il suo titolo nobiliare, il suo segno di riconoscimento, la sua protesta.
Lo zingaro, nella sua dispersione secolare, è la copia vile dell’Israelita; ma la stirpe di Abramo ha le tradizioni di Canaan, il suo Dio, il suo libro santo; lo zingaro non ha che quella formula sacramentale talismanica, in cui compendia il suo diritto di umanità; egli è figlio della donna; tutti gli altri non sono che figli di mannischi, di ghiromni, di femmine, — gadchi.
L’Israelita ha credenze comuni con le razze in mezzo alle quali va migrando; tutti riconoscono in lui il degenere rampollo di una stirpe illustre, santa.
Lo zingaro, il discendente del vecchio Soudra, dell’ilota indiano, senza patria, senza Dio, polvere umana calpestata da tutto il genere umano, è il nemico implacabile di tutte le razze; egli prende da loro la terra, il pane, le credenze, i costumi, e non conserva di proprio, che l’imprecazione con cui maledirle; egli è il parassita eterno, cosmopolita; egli strappa il suo alimento a tutti i popoli della terra, quando non può rubarlo lo froda, lo paga colle sue menzogne, colle sue infezioni, col suo putridume: combatte l’umanità, alla guisa del verme e dell’ácaro, rodendone le fibre e succhiandone il sangue.
Antonio dovette, suo malgrado, cedere — egli si mosse per avvertire il padrone — e gli altri lo seguirono.
Tutti insieme penetrarono nel castello, brontolando, bisticciandosi; gli zingari alzando tanto più la voce, quanto più Antonio abbassava la propria.
Il diverbio si riaccese alla porta dello scrittoio, dove essi vollero cacciarsi senza aspettare d’essere annunziati.
Il conte intervenne.
Nick capì a bella prima il suo vantaggio.
— Voi mi avete chiamato, diss’egli al conte, io sono venuto; sono venuto coi miei rome; essi sono la mia scorta e mi obbediscono; perchè voi non vi fate ascoltare dai vostri veleter? perchè si vieta ad Andrea ed Angheluzzà di accompagnare me, loro capo?
Il conte ordinò ad Antonio di lasciarli entrare e di mandar loro del vino.
E poichè Antonio, inquieto, occupato a guardare i due aiutanti, che giravano intorno alla stanza con certe arie sospette, indugiava ad uscire, Nick gli disse burbanzosamente:
— Veleto, il tuo derai ti ha comandato di portar da bere ai romes.
Poi sedette sulla sedia che il conte gli indicò, davanti alla scrivania, appoggiò le due palme al grosso pomo d’argento della propria mazza di tamburo maggiore e prese un’attitudine grave, maestosa, pari alla sua dignità e alla importanza del colloquio che presentiva.
Nick era un bel giovane, svelto, di buona statura, ben formato, il petto largo, le spalle aperte, il collo vigoroso ed elegante; il volume de’ suoi capelli neri, unti, lucenti, usciva di sotto allo stretto muschi gallonato d’argento, ricadeva in ciocche ricciute sul bavero ricamato dell’abito scuro, giù fino ai cordoni che gli attraversavano il petto. Il suo viso era bruno-pallido, incorniciato da una barba nascente su di un profilo purissimo, colla fronte liscia, e aveva nell’occhio nero, profondo, con dei subitanei baleni di vivacità arguta, l’espressione malinconica, quasi cupa, della sua razza.
Egli vestiva l’abito prediletto di un capo magiaro; i suoi compagni erano più dimessi; uno di essi teneva un cappellino tondo da contadino, e l’altro recava alla vita un vecchio panciotto coi bottoni d’argento, da cui uscivano le braccia, che la camicia a brandelli copriva solo imperfettamente.
Il conte domandò a Nick se sapeva quel che voleva dirgli, e se Luscià non l’aveva informato di nulla.
Nick rispose in italiano;
— Chi vuol parlare coi romes non manda le loro donne. Io non so nulla.
Il conte gli manifestò la sua intenzione di sposare Luscià.
Lo zingaro non mostrò meraviglia, non si mosse, tacque fissandolo in viso.
— Voi sapete, io sono ricco, soggiunse il conte, non ho fratelli, non ho parenti prossimi; tutto ciò ch’io posseggo sarà di vostra cugina, i miei beni, la mia casa, il mio nome, tutto...
In quella entrò il servo col vino: colmò il bicchiere a Nick, ad Angheluzzà, ad Andrea, e, ad un cenno del padrone, stava per andarsene; ma prima che uscisse, uno degli zingari gli prese di mano la bottiglia e il sottocoppa, facendogli un gesto comico di andarsene.
Il conte riprese:
— Io voglio fare a Luscià una sorte. Spero le permetterete di accettarla.
Nick aveva preso in mano un grazioso temperino di madreperla rilegato in oro e lo esaminava con grande attenzione.
— Sentite, diss’egli, come rispondesse al discorso del conte, se voleste darmi questo, io vi lascerei, in cambio, una pipa di vero schemnitz.
E la mostrò.
Il conte fe’ un gesto distratto di consenso; lo zingaro depose la pipa sull’orlo della tavola e ficcò, in pari tempo, il temperino nello sparato dell’abito.
Poi, risolto questo piccolo incidente, si rizzò di nuovo sulla persona con nobile sussiego.
— Voi volete sposare la figlia di Wanka, disse egli finalmente, dopo che il conte gli ebbe ripetuta la dimanda; ma la tschek è già fidanzata.
— Fidanzata con voi?
— Con Suceawa, il figlio di Dan il balubassa; egli è malato; se fra un anno non guarisce, Luscià sposerà me, che sono il suo secondo germano.
— E voi ci tenete a questo matrimonio?
— È la nostra usanza; le figlie sposano il parente più prossimo.
— E non v’importerebbe rinunziarvi?
Nick alzò le spalle.
— Dunque acconsentireste?
— Ciò dipende da Dan; egli è il nostro capo, il balubassa.
— E dov’è Dan?
Nick rispose come aveva fatto Luscià:
— Al mare.
— Verrà qui?
— Non so...
— Vi troverete insieme presto?
— Non so... egli comanda, io obbedisco.
— Non si potrebbe avvertirlo? disse il conte dopo una pausa.
Nick tese il bicchiere vuoto a uno dei compagni, che si affrettò a colmarglielo; poi egli lo sgocciolò lentamente sino all’ultima stilla.
— Volete avvertirlo? ripetè il conte.
Lo zingaro domandò:
— Voi, rai, non fumate?
E riprese la pipa sulla tavola, la caricò, l’accese, rasserenandosi in viso, come fosse liberato da una grave cura; i suoi occhi maliziosi lucevano di soddisfazione.
— Si può avvertire; ma bisogna mandare un uomo; io ho pochi cavalli e la strada è lunga.
— Non importa, mandatelo, penso io a spesarlo.
Il conte trasse alcuni marenghi e glieli porse.
— Siamo intesi?
— Sì, rai.
— E Luscià dov’è?... Domandò il conte dopo un po’ d’esitanza.
— Con Dan, rispose Nick, riponendo tranquillamente la sua pipa in tasca.
Il colloquio era finito. Il conte s’alzò, ed anche lo zingaro; però, prima di uscire, egli tornò indietro e disse:
— I miei romes accetterebbero volontieri un paio dei vostri calzoni.
Angheluzzà fe’ sparire rapidamente in tasca un oggetto, che aveva trovato di suo gusto, sovra una scansia, e soggiunse facendosi innanzi:
— Accetterei volontieri...
— Volontieri, ripetè Andrea, — ed anche un cappello.
Il conte chiamò il servo; gli ingiunse di condurli alla sua guardaroba e di dar loro quel che volevano.
Avuti i calzoni e il cappello, uscirono coll’incesso solenne di ambasciatori che hanno stabilito i preliminari di un trattato.