III.

Alcuni mesi dopo, verso il fine d’autunno, in casa di Ruoppolo, c’erano delle novità. I signori non avevano, come usavano gli altri anni, abbandonata la palazzina di Mergellina. Le sale del primo piano si aprivano ogni sera e ci veniva molta gente.

Il barone vi convitava i suoi amici, e donna Vittoria già così schiva della compagnia e tanto altezzosa, li riceveva e mostrava per questi cavalieri dell’ecartè o del nove una singolare condiscendenza.

Non veniva nessuna persona di condizione — nessuna donna.

— È un’idea di mia moglie, spiegava il barone, ella dice che le donne sono un impaccio. E sentiste come lo afferma con convinzione! Avrei voluto ch’ella frequentasse la società cui per la sua nascita appartiene, oh sì! non c’è stato verso di smuovernela. — E sapete ch’ella non ci sfigurerebbe, aggiungeva.

Egli ne parlava più che mai volentieri. E non era il solo. I fortunati, ammessi alle serate del barone, non erano avari delle loro indiscrezioni: ne chiaccheravano e le facevano nei crocchi degli sfaccendati un grande successo di curiosità.

I giudizii sul suo carattere erano diversi; gli uni dicevano: — è una donna superiore — gli altri: — è una matta.

Si raccontavano delle bizzarrie: che subitamente si stizziva e cambiava di umore; talvolta buona, cortese, si adombrava ad una parola e rispondeva sdegnosa, sprezzante; poi certe sere s’alzava e usciva improvvisamente.

Si notava ch’ella era premurosa con tutti quelli che vedeva la prima volta, s’intratteneva pazientemente con loro, li faceva parlare di sè stessi, li interrogava con una insistenza curiosa. Ma, dopo un paio di sere, se ne stancava e non li guardava neanco più in faccia.

Spesso in lei alle vivacità eccessive succedevano delle distrazioni profonde, quasi cupe.

— È un cervello guasto.

— È un’anima rosa da una cura, sentenziava un osservatore.

— Quale?

— Mettiamo un amore.

— Che! è una donna di ghiaccio!

In una cosa erano d’accordo: sulla sua bellezza.

Il Carminati, che l’aveva vista dei primi, s’era affrettato a gettare tutte le sue riserve, e, sacrificando la sua modella, con grande soddisfazione del marito, aveva sclamato:

— Ciuco io, che quasi mi faccio ammazzare per negare quella luce di Dio vera.

E battendo sulla spalla al barone:

— Voi siete davvero l’uomo più fortunato della terra.

— Ammeno che ce ne siano degli altri, mormorava qualche scettico.

Non si può mai giurare di nulla, ma di quanti la conoscevano, che tutti, dal più al meno, le avevano fatto la corte, nessuno osava vantarsi di qualche parzialità a suo favore, e tutti se ne consolavano constatando le sconfitte dei compagni.

— Poh? ci sono ancora delle donne che resistono? aveva sclamato l’imberbe Campoluongo una sera, masticando bravamente l’enorme imperiales che gli rivoltava lo stomaco. Ma, presentato a donna Vittoria, per un pezzo non seppe dir verbo; poi, quando messo in puntiglio, s’era arrischiato ad aprir bocca, alla prima parola s’era fatto mettere alla porta.

La baronessa era convalescente da una malattia grave.

Don Primicile Assante, il fisiologo da caffè, soprannominato Teoria, attribuiva a questa crisi il repentino mutamento nelle maniere della signora e aveva sollecitato l’onore di esserle presentato per studiare in lei il suo famoso sistema della trasformazione dei temperamenti. Naturalmente egli aveva subito trovato il suo conto e una moltitudine di indizi, di argomenti per confermarsi nelle proprie idee. La baronessa a cui avevano parlato di questo suo ticchio, ci pigliava spasso grandissimo. — Con un vago sorriso pieno d’ironia lo stava ascoltando mentre egli le dimostrava con una inesauribile facondia come e qualmente i caratteri, i temperamenti sieno mobilissimi, e basti una malattia od anche una commozione a mutar i sanguigni in nervosi, i biliosi in sanguigni.

— Voi ne siete una prova chiarissima: biliosa, ipocondriaca fino a pochi mesi fa, avete mutato subitamente carattere, io, materialista, direi temperamento. La malattia ha dato sfogo agli umori che vi corrompevano il sangue; l’ha depurato dalla linfa soverchia; voi siete tutt’altra da quella di prima.

— Come sapete questo? domandò donna Vittoria.

— Potete voi negarlo? Non è vero forse? Verissimo. Voi ammettete di aver cambiato carattere. Ebbene a questo cambiamento, dirò così, morale, corrisponde inevitabilmente una alterazione fisica. Anzi le due cose non ne fanno veramente che una sola. Io, materialista e fisiologo, le esprimo tuttedue col solo sostituire, a quella vaga e indeterminata parola carattere, quest’altra temperamento ugualmente generica ma più definita, temperamento che vuol dire qualità e quantità e proporzione costitutiva, ordine e intensità di funzioni e vuol anche dire inclinazione e sentimento. Ora statemi bene a sentire quanto importi tener conto di questo fatto della mutabilità di temperamento. Scendiamo alla pratica. Facciamo una brutta supposizione: che voi non vi sentiste bene e aveste bisogno di una cura. La medicina, si sa, non è che uno stimolo, un aiuto alle tendenze buone, alle forze riparative della natura. Bisogna dunque poterle conoscere e valutare: sapere donde vengano, dove mirano. Voi siete cambiata, una rivoluzione è succeduta in voi; e il vostro medico, uno dei soliti praticanti mal pratici, un mestierante, cosa fa? o vi conosce da molto tempo e vi cura come avrebbe potuto farlo prima: o è nuovo, e, ignorando i vostri precedenti fisiologici, trascura i resti dell’antica individualità che, secondo l’indole loro, bisogna distruggere o rinforzare; quindi o una cura sbagliata, — o una cura monca, insufficiente. Vi persuade? Vi raccomando invece la superiorità del mio sistema: io faccio un doppio processo, d’induzione e di deduzione. Per l’uno risalgo al passato, per l’altro discendo all’avvenire: indago e prevedo. Vi sorprende? colla stessa certezza con cui mi sento di presagirvi un nuovo sviluppo della nostra vitalità, un periodo più ricco e più vivace, potrei descrivervi tutte le primitive inclinazioni, le vostre più intime abitudini....

La baronessa, che l’aveva ascoltato ridendo e sbadigliando un poco, aggrottò subitamente il ciglio; la sua faccia bianca si tinse leggermente; un breve tremito contrasse il sorriso del labbro. Piantò gli occhi in viso al dottore e disse:

— Sentiamo, dunque.

Don Primicile non si scompose: soltanto, smessa con una mobilità ammirevole la solennità cattedratica, le diè un’occhiata insinuante, poi rifacendosi serio ad un tratto:

— Ah se la signora permetterà ch’io le faccia una visita; e mi accorderà un colloquio....

— Impertinente, mormorò la baronessa fra i denti.

— La medicina è una dama ed ha il suo pudore.

— Quello che forse manca al medico, disse donna Vittoria.

Il vanitoso sorrise.

La baronessa riprese con severo cipiglio:

— Siete sicuro voi del vostro sistema?

Egli non capì. Rispose:

— Infallibile.

Poi riprese sul tono di prima:

— Facciamo la controprova? Guardate il capitano Zaverio; a lui è accaduto tutto il contrario che a voi. Era, l’aveste veduto tempo addietro, gioviale, allegro, un temperamento sanguigno della miglior specie; ad un tratto fu assalito dall’ipocondria, ed eccolo lì gramo malinconico — temperamento bilioso e nervoso.

— E la causa qual fu? chiese donna Vittoria.

— Oh la causa non si sa.

— Come non si sa? sclamò il cavalier Russo, non sa tutta Napoli che è stato in seguito a quel triste duello....

— Bene... ciò non interessa la fisiologia...

— Ma la galanteria...

— Ciò non int...

— Ma tu non lo sai? possibile? Non ti ricordi? io ero fuori Napoli allora, ma me n’hanno scritto; fu per non so che donna ch’egli si battè — mi ricordo benissimo: — la partita non doveva essere che al primo sangue, eransi riservati i colpi di punta, ma il terreno era lubrico; aveva piovuto — e a Zaverio nel fare una parata scivolò un piede; egli cadde avanti col braccio teso, la sua spada penetrò nel costato dell’avversario che dopo una settimana morì.

— Ciò non interessa....

— La donna chi era? domandò la baronessa.

— Ma, una siciliana... non so bene...

— La maldicenza non ne ha ritenuto il nome? miracolo!

— Per tornare al discorso, disse l’Assante, il capitano Zaverio, le cause non importano, è completamente mutato.

— E notate, soggiunse il Russo, egli avrebbe adesso tutte le ragioni d’essere felice: ha avuto la promozione... è sposo.

— È sposo?

— Sicuro; con una giovanetta che egli adora.

Il barone e il capitano che discorrevano all’altro capo della sala si erano in questa avvicinati.

— To’ si parla di te, tu sei sposo?... e non mi dici nulla!

Il capitano alzò le spalle e disse:

— Se gli dai retta!...

— Come, non è vero forse? sclamò il cavaliere Russo.

— Ora capisco, riprese il barone rivolto al capitano, ora capisco il perchè non ti si può mai avere! Figuratevi, baronessa, che, se non lo trovavo oggi sull’uscio e non lo costringevo colla forza ad entrare non avrei potuto oggi presentarvi uno dei miei migliori amici.

— Ha ragione Zaverio, disse don Primicile Assante, infastidito dell’interruzione, nozze divulgate mezzo sfumate.

— Eppoi c’è sempre tempo a vantarsene... dopo, soggiunse donna Vittoria gettando uno sguardo sprezzante al marito.

L’Assante rise.

La baronessa si volse repentinamente verso di lui.

— Vero don Primicile?

— Oh i mariti sono molto più egoisti degli innamorati; essi nascondono i loro tesori. E forse hanno ragione; ci sono tanti invidiosi! vi hanno dei tesori attraenti!...

Vittoria s’era fatta pallidissima; lo scrutava con occhio indagatore.

— Ma noi scapoli si dovrebbe protestare e ribellarsi a questa tirannia. Metter dei limiti a questa usucapione inesorabile.

— Il sistema, disse Vittoria, ha dei pericoli.

— Per i mariti — forse.

— Per tutti.

Il barone si era scostato col capitano.

— Vostro marito non è come gli altri, non è geloso: eppure se lo fosse.... Non andate in collera, donna Vittoria... volevo dire che egli è tanto ricco!

— Egli è tanto buono!

— Ah ecco... un elogio che non vorrei sentirmi fare in quel tono.

La baronessa conservando gli usi provinciali della propria famiglia si ritirava sempre alle nove in punto.

Ella aveva già chiamata la cameriera: quando essa entrò, la prese in disparte e le chiese sottovoce:

— Rammenti la risposta della sonnambula, cui hai recato tre mesi sono quel tal capello?

— Sì.

— Ripetila dunque e bada di non far errore.

— Ella disse prima ch’era un uomo alto....

La baronessa guardò don Primicile.

— E poi?

— E poi ch’era amico del padrone...

Vittoria ritornò al posto di prima.

Gl’invitati erano usciti quasi tutti. Non rimaneva che il capitano e don Primicile.

La baronessa invitò don Primicile a prendere il caffè nel padiglione.

Il barone sopraggiunse e le disse:

— Il mio amico Zaverio vi saluta.

La baronessa lo guardò allora la prima volta attentamente: era pallido, disfatto.

— Prendete il caffè con noi? gli disse con insolita cortesia.

Il capitano voleva ringraziare.

Ella, avvezza a non sentirsi rifiutare, non glie ne diè il tempo.

Il barone lo prese pel braccio e lo condusse nel cortiletto. Don Primicile uscì con loro.

Vittoria diè qualche ordine alla cameriera e li seguì nel padiglione.

Quando fu sulla soglia intese il barone che diceva a mezza voce:

— Non m’hai detto ancora come te la sei cavata quella notte!

Si fermò e stette in ascolto.

Non intese alcuna risposta: non poteva capire con qual dei due parlasse.

Entrando nel padiglione vide i tre uomini in crocchio.

Il barone si godeva lo stupore del capitano per quel singolare salottino.

Era quello un luogo veramente delizioso: si spingeva fra le aiuole dei due cortiletti laterali fino al ciglio della collina ed era disposto ed arredato con un’eleganza e un buon gusto finissimo, con quattro sfondi ai lati, di cui uno formava vestibolo verso il giardino della signora, onde erano venuti, l’altro aveva una finestra su quello del marito. Il terzo era una loggia che dominava il breve e ripido pendio della riva tutta fitta di palmizi e di magnolie: l’ultimo era chiuso, verso l’interno della casa, da una cortina di seta e quasi interamente occupato da un gran vaso giapponese da cui ricadevano vagamente ghirlande e grappoli di fiori.

Fra gli sfondi quattro divani ricchissimi, invito alle voluttuose fantasticherie. In mezzo un tavolo di malachite sosteneva un piccolo candelabro di forma antica.

Il barone uscì per ordinare il caffè.

Donna Vittoria chiese a don Primicile:

— Voi siete stato qui altre volte?

— Eh eh! egli rispose agitando la mano in atto malizioso, questa casa non ha segreti per me. Un tempo il barone ed io si viveva come fratelli. Egli mi diceva scherzando: non so come farò ad ammogliarmi per me solo.

La signora non rispose al sorriso dell’Assante; aggrottò il ciglio.

— Eppure egli l’ha fatto... sussurrò il galante don Primicile.

— Questo luogo non mi piace, disse donna Vittoria, non ci vengo mai, lo trovo sconveniente; poi è troppo incomodo.

— Come non avete pensato a fare un uscio lì dietro quel vaso?

L’uscio c’era, e comunicava per un andito col bagno. L’aveva aperto il barone dopo il matrimonio.

Ma, avesse o no inteso le parole dell’Assante, ella non lo disse.

Pareva tutta intenta ad osservare il capitano che contemplava il vaso giapponese.

— Quel vaso è rotto, gli disse finalmente donna Vittoria, l’ha spezzato una notte un malfattore che s’era insinuato qua dentro cercando penetrare in casa ed ebbe la buona fortuna di sottrarsi al castigo che la sua audacia meritava.

— Non sapevo la storia di questo tentativo, disse don Primicile, chi sa come v’ha fatto paura!

— Paura! sclamò donna Vittoria volgendosi a Zaverio, quella razza lì è tanto vigliacca! Non ho mai avuto paura neppur dei briganti, che visitavano spesso il nostro castello solitario di Montuoro.

— Bravissima! voi siete un’amazzone; debbo confessarvi per mia vergogna che la prima volta ch’io vi vidi mi deste una tale soggezione che non ardii rimanere.

— Quando fu? non mi ricordo....

— Non potete ricordarvene, fu una volta ch’io venni qui con vostro marito, nei primi giorni ch’eravate a Napoli; io v’intravidi appena....

Si servì il caffè; la conversazione languì. Don Primicile riprese il suo monologo sui temperamenti; parlò più di mezz’ora filata senza che nessuno gli desse retta.

Vittoria pareva preoccupata, il capitano taceva.

Il barone che s’annoiava, propose agli ospiti di scendere alla spiaggia a visitare una nuova lancia che aveva comprata.

La baronessa prese il braccio del capitano.

Usciti in cortile, ella disse d’aver dimenticato il ventaglio nel padiglione.

Il capitano tornò indietro a cercarlo.

Allora Vittoria chiamò Gabriele:

— Chiudi la porta del padiglione, gli disse imperiosa, ed apri l’uscio del bagno che dà nella serra.

L’ortolano corse ad eseguir l’ordine; ella gli venne dietro, girò intorno al padiglione ed entrò nella serra.

Gabriele aveva aperto l’uscio del bagno lasciandolo socchiuso.

Vittoria stette ad aspettare, ansiosa, ma impassibile.

Trascorse un quarto d’ora.

Finalmente s’intese il rumore d’una pedata nell’andito: l’uscio si aperse ed uscì Zaverio.

Donna Vittoria gli andò incontro risoluta.

— Dunque!....

Il capitano sorpreso mormorò:

— Non l’ho trovato.

— L’ho trovato io, disse ella con un singolare tono di minaccia: Si vede l’uomo avezzo alle avventure galanti, soggiunse poi.

— V’ingannate baronessa... io non sono punto galante.

— Si racconta un vostro duello che fece rumore, un duello per una donna.

— Vi prego, signora, non me ne parlate....

— L’amavate dunque molto?

— No, sclamò egli vivamente.

— Sareste per caso discreto?.... oppure furbo soltanto?... Ah! capisco: queste cose di solito non le raccontate che fra voi altri...

— No.... vorrei potermene dimenticare io stesso.... non me ne parlate, non me ne parlate....

— E perchè?

— Oh è una cosa orribile, sclamò il capitano coprendosi la fronte colle mani: ho ucciso senza volerlo un giovane che quasi non conoscevo, l’unico figlio di due poveri vecchi.... non me ne parlate.

— Ah la vostra discrezione non è che rimorso! voleva ben dire, che voi foste migliore degli altri! proseguì donna Vittoria, in tono beffardo; quanto a colei, a quella disgraziata che avete compromessa, che avete clamorosamente svergognata, a cui avete gettata in viso la triste notorietà del vostro scontro, ella è naturalmente l’ultimo dei vostri pensieri, essa ha quel che le spetta, che v’importa?

Il capitano la guardava con doloroso stupore; e disse supplichevole:

— Perchè volete aggiungere un nuovo rammarico?

— Ah non ci avevate dunque pensato affatto: — un rammarico! quanta generosità, quanta abnegazione!.... in fin dei conti ella non vi ha dato che il suo amore, il suo cuore; non vi ha sagrificato che la sua pace, il rispetto dei suoi figli.... il vostro rammarico vale assai più di tutto ciò, assai più.... l’amore di una donna è un fiore che si raccoglie e si mette all’occhiello per ricavarne un po’ di profumo e un po’ di compiacenza, poi lo si butta....

— Ma vi ripeto, baronessa, che non è questione d’amore.

— Ma già, voi la rinnegate!.... non l’avete mai amata e questa vostra prudenza è ancora un oltraggio.... siete sicuro che nessuno vi crederà!...

— Non capisco.... voi v’immaginate delle perfidie....

— Che sono vere, sono meno del vero, sclamò coi denti stretti — meno del vero — ripetè donna Vittoria mozzando con un’occhiata terribile un malinconico sorriso che il giovane non potè trattenere — siete tutti tanto infami voi altri uomini....

Zaverio fe’ per interromperla. Ella non glie ne lasciò il tempo:

— Volete dire che non è vero?.... Ah non è vero! — Pretende ch’io faccia un’eccezione per lui! — E io so che questa eccezione, questa perla d’uomo così prudente, discreto, delicato ha commesso una vigliaccheria, una bassezza senza nome: so ch’egli è venuto qui di notte, come un malfattore a sorprendere una donna, in sua casa, nel segreto delle sue stanze per contaminarla, oltraggiarla colle sue sucide curiosità.... negatelo se potete.

E gli si piantò davanti, minacciosa, tremante di collera.

— Voi sapete?.... balbettò Zaverio tutto confuso.

— So tutto: so anche che siete venuto col barone.... la scusa diffatti è eccellente! Il pudore di una donna non è forse proprietà del marito? se egli vi rinuncia.... contento lui!.... ella può morirne di onta — padrona — ma lagnarsene no.... sarebbe ridicolo.... la nostra virtù non riguarda che voi: — noi dobbiamo essere oneste pel vostro orgoglio.... come siamo belle pel vostro piacere... — Io posso chiamarvi infame e farvi chinar la fronte — come ora — ma se alcuno ci sentisse voi potreste appellarvene a lui e dire scherzando: — non è pazza costei?

La baronessa passeggiava agitatissima innanzi a lui.

— Voi mi trovate assurda; certo ne ridete e mi schernite in cuor vostro.... ma badate, aggiunse cupamente, io posso vendicarmi....

Ella tacque, la passione le toglieva la voce.

Zaverio disse:

— Non vi chieggo perdono, la mia colpa è troppo grave.... Fu una debolezza inescusabile.... ma se sapeste quanto me ne vergogno!

Vittoria rise.

— Ma di che? riprese con amara ironia — vergogna di che? siete troppo buono! diamine: — pagate voi i vostri debiti? rispettate i vostri contratti? mantenete la parola data? siete onesto, un uomo d’onore — avete tutto il diritto di reagire, di chiedere soddisfazione a chi ardisse dubitarne. L’offendere una donna, chi se ne fa uno scrupolo? Diamine; ciò che io ho l’ingenuità di chiamare una bassezza, è una cosa da nulla — anzi una bella impresa di cui potete menar vanto cogli amici, ed essere anche invidiato!...

Un singhiozzo, ch’ella represse sdegnosamente, l’interruppe.

Zaverio era desolato.

— Signora, disse, non pretendo scusarmi; i vostri rimproveri non sono più acerbi di quelli ch’io fo a me stesso. Ma se ciò può scemar il vostro cordoglio, io vi giuro che non una parola di ciò che è avvenuto è mai uscita dalla mia bocca.... Voi non mi credete?

— No, non vi credo... non posso credervi. Chi, nel vostro caso, non direbbe lo stesso? quali garanzie mi date voi? Vi conosco io?... ciò che so di voi è un’abbiezione.

— Oh! la verità dovrebbe avere un accento proprio! — sclamò Zaverio — donna Vittoria, credetemi!... Non vedete il mio rincrescimento! io pure non vi conosco, ma comprendo il vostro sdegno, sento la sincerità della vostra rampogna: sentite; voi siete una donna, un cuor nobile, virtuoso, ed io un dappoco.... che debbo dirvi di più? Oh quel che è stato non si può distruggere.... ma se lo potessi!

Vittoria fu tocca dall’accento rispettoso di questi scongiuri.

— Ebbene, disse imperiosa, rimediate al malfatto, riparatelo....

— Ma come.... che debbo fare?... volete forse ch’io mi ammazzi?

— Diffatti sarebbe soverchio.... — rispose la baronessa con un sorriso sprezzante.

— Ma ditemi voi, indicatemi il modo....

— Che so io!... — ella lo interruppe alzando le spalle con nuovo scoppio di collera. — Che so io! io so questo solo, che per il mio decoro c’è un uomo di troppo; un miserabile che porta con sè un ricordo che mi oltraggia e ch’io non posso svellergli dal cuore.

La sua mano convulsa estirpò un arbusto e lo buttò furiosa sul viso di Zaverio.

— Non capite il mio stato? non sentite che io sono tormentata dì e notte da una umiliazione, che sepolta in fondo al mare, non mi sembrerebbe celata abbastanza?

Ella aveva afferrato il braccio di Zaverio e lo stringeva con febbrile violenza.

Seguì una pausa. Si sentiva la voce del barone che parlava con don Primicile.

— Mi occorre una riparazione, — ripetè la baronessa, — la voglio pronta.

Le voci s’avvicinavano.

— Potrebbero sentirvi, mormorò Zaverio, vi prego, calmatevi.

— Non sapete che pregare, sclamò la baronessa, pestando col piede rabbiosamente, e s’intende, voi siete un ufficiale, voi portate con orgoglio le vostre spalline come segno verace di onoratezza; son certa che voi parlate alto dell’onor militare! sappiamo quel che vale questo famoso onore a cui una donna obbrobriosamente oltraggiata chiede invano soddisfazione....

Poi ancora uno scoppio di collera.

— Voi siete un vile, non sapete con chi avete a fare, le vostre femminucce non vi hanno imparato a conoscere una Tizzano, una figlia di principi, vi burlate di me; ma guai, guai a voi!

Il parossismo la oppresse: balenò e sarebbe caduta.

Zaverio si slanciò per sorreggerla.

Ma ella lo respinse e non potendo parlare gli intimava colla mano di allontanarsi....

— Permettete che io chiami la vostra cameriera.

— No, nessuno deve trovarmi qui: ciò vi potrebbe forse accomodare a voi, non a me...

Fe’ uno sforzo violento: si rizzò: entrò nel bagno e chiuse la porticina.

Quando il barone risalì con l’Assante, trovò Zaverio nella serra, seduto sugli scalini del suo appartamento, pallido, stravolto. Riscosso dallo stupore disse che gli era venuto un capogiro, ma soggiunse che era nulla e, ringraziato il barone che voleva trattenerlo, uscì.

Ci pose più d’un’ora a tornare a casa. Egli abitava una piccola casetta ai piedi di Castel Sant’Elmo, dove la sua compagnia stava aquartierata.

Da molto tempo non rientrava così tardi. Trovò sua madre che l’aspettava e appena lo vide sclamò a mani giunte:

— Zaverio, figliolo mio, che la Vergine ti benedica, tu ci se’ tornato!

— Dove?

— Là dove se’ stato tre mesi addietro, quella brutta notte: allora quella cera avevi.

Egli l’abbracciò con maggior tenerezza del solito e senza dir nulla si ritrasse nella sua camera.