I.
I processi politici del trentatre a Genova, trassero a galla il nome di un certo Siro Xerega bisagnino, il quale, quantunque indicato dalle Autorità inquirenti come uno dei capi più pericolosi della congiura, non era conosciuto da alcuno dei pretesi suoi complici. Il caso del flebotomo Siro, è, dopo quarantasei anni, ancora un mistero al suo stesso paese.
Se ne sono fatte molte leggende. Al Bisagno il meno curioso di tutti fu il pedone di S. Pietro, il quale, quando, cinque anni dopo, vennero a proporgli da parte di ignota persona in memoria del cugino Siro la scelta fra una condizione onorata a Londra o dieci mila lire una volta tanto, respinse con giusta indignazione il primo partito, osservando che già il suo parente non aveva mai pensato ad altro che a disfarsi di lui — ma accettò le dieci mila lire, che — tò — se gli mandavano era perchè gli erano dovute.
Però nessuno avrebbe potuto coglier nel segno e indovinare da quale improvvisa passione egli fosse spinto al funestissimo passo.
La sorte di Siro Xerega era stata sempre così liscia, così serena, — proprio come una di quelle luminose giornate estive, un po’ monotone, se si vuole, ma in cui anche le ombre hanno il caldo riflesso del sole che invade ogni cosa.
In tutto il suo passato non c’era nè grandi affetti, nè grandi sciagure; e non c’era dunque neppure un serio dolore. Ancora bambino aveva perduto entrambi i genitori: ma, com’egli diceva, Dio glieli aveva tolti presto perchè non dovesse rimpiangerli troppo. E non erano stati surrogati da nessuno. Gli si era bensì nominato un tutore, a cui la Congregazione di carità dava qualche sussidio per il suo mantenimento. Ma fu una tutela poco più che di nome: nella nuova casa v’erano tutt’altri pensieri fuorchè quello di badare all’orfanello. L’omo, pescatore, viveva più in mare che a terra: la moglie aveva il suo da fare a pulire il pesce, a sceglierlo, a marinarlo, a porlo nelle bigoncie, a recarlo sul mercato di Genova.
Il piccolo Siro, intanto, viveva a suo talento, con una libertà, che, tranne quello del suo buon naturale, non aveva confine: girellava a sua posta dal Beviò a Santa Zita, a S. Pietro, a S. Francesco, al Rubado, lungo le rive del fiume, dalla Foce agli Incrociati; faceva i suoi pasti al tagliere più vicino, dormiva un po’ dappertutto. Quasi tutti gli usci erangli aperti, come al genio del buon augurio; e non c’era rondinino più innocente, più allegro, più chiaccherino di lui. Egli non aveva preferenza, non faceva torto a nessuno, neppure al suo tutore.
Passando innanzi alla sua casa, se per caso la trovava aperta, v’entrava; il cane di guardia si tirava un po’ in là e gli faceva posto sul mucchio delle vecchie reti, nell’angolo fra la madia ed il camino. La pescivendola, secondo l’ora gli porgeva una scodella di pasta o un pezzo di pane con companatico, gli dava a tempo perso qualche agucchiata, per amor di Dio: — e i buoni rapporti restavano tali e quali.
Tutti lo accoglievano, nessuno lo tratteneva: una vera cuccagna.
Egli rimeritava tutti con ogni maniera di servigi. Venendo su cogl’anni imparò tre o quattro mestieri; e li esercitava secondo il caso l’uno o l’altro con tutta indifferenza. Allo speziale pestava i coloniali, al tessitore spartiva i fili, al maniscalco tirava i mantici; il più sovente faceva il sarto, occupazione che gli è poi rimasta.
Il parroco gl’insegnò a leggere e scrivere, il maestro di scuola a sonare il violino e a fare da cantore. Il medico, incontratolo un dì sulla sua strada, lo richiese d’aiuto per operare un povero tagliapietre; e lo trovò così fermo, così attento che gli propose di insegnargli la flebotomia.
Siro accettò senz’altro; perchè non avrebbe fatto anche il flebotomo?
L’affare conveniva a tutti due. Il ragazzo salì in condizione: il medico si sgravò di tre quarti delle sue fatiche. Quando venivano per lui, mandava innanzi Siro colle sue lancette. La cosa passò in consuetudine; tantochè la gente prima chiamava il flebotomo; questi poi avvertiva il dottore.
Al Bisagno non c’era oramai chi lo valesse: i suoi compaesani egli li faceva ballare alla festa, li divertiva sani, malati li salassava e ventosava, morti cantava loro l’uffizio. Egli non aveva bisogno di anima al mondo. Fu questo per molti anni il suo orgoglio. Colla fortuna gli erano sbucati fuori anche dei parenti; ma egli era rimasto solo.
Quanto a prender moglie, disse per un pezzo: — la mia casa è piccina e tranquilla: forse dopo la troverei angusta e fastidiosa; perchè il dì delle nozze è sempre bello, l’indomani non tanto. Eppoi c’è tempo.
Così non si impegnava neppur a restar scapolo: «c’è tempo». Qualche volta scherzando diceva che per il matrimonio bisogna essere chiamati: — e ch’egli non aveva mai inteso nulla. — «Provate a chiamarmi forte,» diceva alle ragazze della sua età.
Ma il fatto è che nessuna delle sue birichine compagne d’infanzia con cui aveva giuocato a caponascondere e alle rametta, nessuna di quelle birichine a cui aveva date tante noci, tanti pomi, poi, più grandicelle tanti fiori, aveva pensato a «chiamarlo».
Sonando il violino nell’orchestra festiva o cantando sulla tribuna dell’organo egli potè vedere annodarsi l’idillio di ciascuna; poi era intervenuto alle nozze di tutte loro l’una dopo l’altra. L’ultima contava ventisette anni, e nel salutarla dopo la cerimonia gli parve di staccarsi dalla propria gioventù.
Quel dì rientrando si guardò nello specchio: fu pochissimo soddisfatto della propria persona, si trovò il viso troppo scarno, il naso storto, la bocca troppo grande.
Ma presto si diè pace; tornò allegro, scapato, e contento.
Non pensò più a quelle malinconie fino al giorno in cui si maritò la figlia d’una delle coetanee. Era una nuova generazione che arrivava con tutte le sue petulanze. La sposa fu irriverente al punto da non voler ballare la vecchia contraddanza e bisognò lì per lì strimpellarle un tempo di polca.
L’avvertimento era stato grave.
Siro si trovò il naso più storto, la bocca più grande; qualche ruga di più, qualche ciocca di meno.
Aveva quasi quarant’anni. Non monta, comperò un nuovo violino e studiò polche, mazurche e valzer.
Ma, se le ragazze lo trascuravano, cominciavano a badargli le mamme più accorte.
Siro non era più un giovane (non era mai stato un giovane) ma era diventato un partito, il miglior partito dei dintorni: col mezzo dell’ago, della lancetta e specialmente del risparmio s’era messa insieme una discreta sostanza e si chiaccherava di ciò che possedeva e, anche più di ciò che non avea. Si cominciò a buccinar del gruppetto, poi si sussurrò che aveva le genove a rotoli, a mucchio, — finalmente una disse «a cappellate» e cappellate rimasero. Non si può essere ricchi con meno.
E non si può restar scapoli con tanto.
Tutte quelle figlie indifferenti avevano delle mamme implacabili.
Se Siro resisteva, l’assedio sarebbe durato forse un mezzo secolo: ma, al primo assalto, si arrese. Veramente non poteva essere più formidabile: poichè Irene era la più leggiadra e sua madre Tonia la più scaltra delle bisagnine.
E quella mattina fatale vennero insieme.
Dimoravano contro le mura della città a tramontana nel sobborgo degli Incrociati, luogo natio della madre di Siro. Dall’alto del bastione Gerbino il loro orticello appariva in mezzo al grigio chiaro della pietraia come un fazzoletto stampato a scacchi verdi e bianchi con qualche fiorame di rosso.
Le due ortolane guadarono il fiumicello tenendosi per mano: vestivano gli abiti e la pezzuola della festa benchè fosse dì di lavoro; i loro scarpini di vernice dalle fibbie d’argento luccicavano saltellando sui pietroni.
Il flebotomo si lisciava alla finestra quando le vide venire; il sole non saettava più vivo degli occhi di Irene: e i rigagnoletti che serpeggiavano sotto i loro piedi non erano più machioni dei sorrisi di Tonia.
Parevano due quaglie che piano piano traggono al richiamo: colla differenza che stavolta le quaglie venivano loro ad inretir lo zimbello.
Fecero al flebotomo la riverenza e gli presentarono una focaccia ripiena e un mazzo di garofani perchè, se non lo sapeva, quello era il giorno di San Siro benedetto, che gli desse cent’anni riposati, felicità a sacca e l’allegria per colmatura.
E poichè il buonuomo si confondeva in ringraziamenti, e voleva proprio sapere il come ed il perchè; Tonia gli stillò nell’orecchio che il pensiero era stato tutto dell’Irene la quale, da quando il sor flebotomo l’aveva guarita della slogatura alla caviglia, aveva appuntato con uno spillone il giorno nel lunario per mostrargli la sua riconoscenza.
Inaffiati i complimenti con due dita di vin bianco e, cresciuta la dimestichezza, le due donne avevano poi frugato tutta la casa ch’era grande ed ariosa e tutto, ma era «una chiesa senza santi.»
— Senza madonne, corresse Siro ridendo.
Tonia notò i ragnateli, scrisse col dito sui mobili polverosi: che peccato, che peccato! come tutto ciò chiedeva il soccorso di una mano ravviatina!...
Discese nell’orto col flebotomo: gesumaria era un vero flagello: i pomidoro stesi a terra, riarsi, la lattuga rosa dai bacherozzoli, la salvia sterpata, e quante ortiche fra la cicoria! orsù bisognava ch’ella venisse una domenica o l’altra a dare una ripassata.
— Venisse! venisse pure!...
Tonia gl’indicò la facciata della casa: — come sarebbe più appariscente se ci fossero le tendine ai vetri, e una cassetta di garofani sul davanzale e sopra, fra gli steli fioriti, quand’egli tornava dalla sua visita, un visino impaziente!.. eh?
Irene era rimasta sopra alla finestra e li guardava ridendo.
— Siro era impensierito.
— Non era per saper i suoi affari, ma non aveva mai pensato a fare il nodo?
Siro, per una vecchia abitudine, svettò il capo da destra a sinistra, ma non finì di tentennare.
Stavolta non poteva dir di no. Ci aveva pensato sì... senza pensarci... e da un pezzo...
— Dopo tutto è ancora il meglio: si fa la vita più assestata, si desina in casa, non si sta fuori la sera colla rugiada: si chiudono fuori i capricci; e ci si grogiola fra le dolcezze... massime quando si ha quel che bisogna.
Siro fermò Tonia pel braccio a metà della scala.
— Chi volete che mi pigli?
— Oh il matto! oh il matto!
— Ho quarant’anni, sapete....
— Ma giusto... siete sul vostro buono.
— Dite sul serio?
— E tò....
Mezz’ora dopo, le due ortolane, tenendosi per mano, riguadavano il Bisagno: gli occhietti d’Irene saettavano, i sorrisi di Tonia erano più machioni di prima: gli scarpini luccicavano al sole, — le gonne di bordato scodinzolavano allegramente.
Siro le guardava dalla finestra.
Le due quaglie uscivano dal paretaio, avevano acchiappato lo zimbello e se lo portavano.
Era il cuore che Siro s’aveva lasciato rubare.
Siro non rivide l’Irene fino al primo lunedì d’agosto, due settimane dopo. La incontrò per via e la pregò di passar da lui a prendere il piatto della focaccia.
Quando ebbe chiuso l’uscio la pigliò per le due mani, e, risoluto, in poche parole senza rifiatare, le chiese se lo volesse per marito.
La fanciulla non si sbigottì punto, lo guardò in faccia, poi arrovesciò indietro la persona e sparò una risatina sonora.
Ella non aveva quel dì il suo vestitino di bordato ma, così dimessa, era molto più vaga; un fazzoletto rosso, incrociato sulla camiciola bianca, le copriva a stento le spalle e il seno: il sottanello cortino disegnava le anche snelle e baldanzose.
Siro la teneva sempre per le due mani come volesse ballare il trescone; — tremava — balbettava:
— Di’, vuoi?
E sporgeva il suo naso come un punto interrogativo.
Irene diventò seria ad un tratto e disse franca e superba:
— Sicuro che voglio.
Il poveretto fu per stramortire dalla piena.
Ritrasse riverente le mani, le congiunse in atto di adorazione innanzi a quell’angiolo di sedici anni che faceva a lui, al povero Siro, al reietto di due generazioni, il dono della sua giovinezza fiorente, della sua splendida aurora.
Tanta liberalità lo confondeva: come ricambiarla?
Irene rifece il giro della casetta, stavolta da padrona che visita il proprio dominio, esaminando, rovistando ogni cosa.
Siro le veniva dietro umile, premuroso, spiando i suoi sentimenti, coll’ansia di vederla soddisfatta, col timore ch’ella non ci trovasse il conto suo. Le sue approvazioni lo rendevano felice.
— Era lei che era buona a contentarsi di poco! —
Egli accettava, ad occhi chiusi, le sue proposte, i suoi desideri: — facesse — dicesse lei; comandasse lei.
L’inventario era quasi finito: Siro andò poi allo scrigno, un vecchio scrigno, regalo del dottore.
Lo aperse: nel mezzo del piccolo tabernacolo stava una ciotola da droghiere piena colma di monete d’oro: le savoie, le genove, gli scudi del sole, i napoleoni alla rinfusa.
La fanciulla rimase abbagliata; poi, presa da un indefinibile capriccio, cacciò ambe le mani dentro a quel piccolo tesoro, rimuginandolo per sentirne il contatto pieno di delizie nuove, mai più provate.
Siro le numerava tutte le cose che con quel denaro si sarebbero potute avere, orgoglioso di poter in tal modo salire nella sua stima.
Ed Irene, prese a manciate le monete, le lasciava ricadere e ne ascoltava il tintinnio, cogli occhi chiusi, estatica di cupidigia.
Poi Siro prese una savoia fiammante, la bucò con un chiodo, l’infilò in un cordoncino di seta e gliela pose al collo come caparra dell’impromessa.
Ed ella uscì (fidanzata del bel mucchio lucente) stringendo sul seno ansante quello strano amuleto.
Quando fu a casa e la madre, intendendo lo sposo, le domandò se le piacesse: — ella, assorta nella sua visione, non comprese; fe’ coppa delle palme e disse: — vedi, grande così!
L’affare fu presto conchiuso: — la cerimonia fissata per il principio di settembre. Il mese fu tutto occupato dai preparativi: la casa fu tutta ripulita da cima a fondo; ridipinta con certi colori delicati, rosa di fuori, turchinetto, gialdolino, verdello di dentro; verniciate le imposte: l’orticello rimutato in giardinetto per l’occasione. I mobili vecchi ristaurati, cambiati, accompagnati. La notte Siro e Tonia la passavano gran parte in progetti e alla punta del giorno correvano a comunicarsi, a vagliare, a discutere, a concertare i nuovi disegni.
Irene rideva, cantarellava, e sospirava il bel mucchio d’oro.
Finalmente il bel nido fu allestito: terso, lucido, soffice: pronto ad accogliere la colombella, com’esso, nova, immacolata.
Tonia diceva ammiccando al genero:
— Avete mai intravista una innocenza compagna?
E lui, rimescolandosi tutto, scotendole con effusione la mano, rispondeva:
— Lo so, mamma benedetta, lo so....