SIFACE Ah! di vergogna, e a un tratto di morte l'orme (oh cielo) impresse io veggio sul tuo smarrito volto? Assai mi parla il tuo silenzio atro profondo: io leggo dentro al tuo cor la orribile battaglia di affetti mille. Ma, da me rampogna niuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi, e da tutti deserto, ancor pur sento di te piú assai, che non di me, pietade. Conosci or, donna, s'io t'amai.—Mi è noto, che il comando del padre, e l'odio acerbo che per Roma hai nel petto, eran tue scorte al mio talamo sole; amor, no mai, tu per me non avevi. Io stesso adduco le tue discolpe, il vedi. Io so, che d'altra non bassa fiamma ardevi tu, giá pria d'essermi sposa. Amor per prova intendo: sua irresistibil forza, il furor suo, tutto conosco: e, mal mio grado, io quindi amai te sempre. A riamarmi astretta tu dalle umane e sacre leggi, amarmi non ti fu pur possibil mai.—Gelosa rabbia mi squarcia a brani a brani il core: vorrei vendetta; e, abbenché vinto e inerme, dell'abborrito mio rival pur farla quí ancor potrei… Ma, tu trionfi, o donna: piú che geloso ancora, amante io vero, col mio morir salva lasciarti or voglio.— Perdonarti, fremendo; a orribil vita esser rimasto, odiandola, e soltanto per rivederti; ardentemente a un tempo lieta con altri desiarti, e spenta; or, come sola de' miei mali infausta fonte, esecrarti; or, come il ben ch'io avessi unico al mondo, piangendo adorarti… Ecco, fra quali agitatrici Erinni, per te strascino gli ultimi momenti del viver lungo e obbrobríoso mio.
SOFON. …Ardirò pur, ma con tremante voce, l'alma mia disvelarti.—A dir, non molto mi avanza: in mio favor, troppo dicesti tu, generoso: a morir sol mi avanza, degnamente, qual moglie di Siface, qual d'Asdrubale figlia.—Al suon, che sparse del tuo morir la fama, è ver, ch'io ardiva la mia destra promettere; ma data non l'ho: tu vivi, e di Siface io sono. Le tue vendette, e in un le mie, null'uomo contra Roma eseguir meglio potea, che Massinissa. Di tal speme io cieca, e presa in un (nol niegherò) del suo chiaro valor, toglierlo a Roma, e farlo di Cartagine scudo ebb'io disegno. Ma, Siface respira? al suo destino, qual ch'ei lo elegga, inseparabil io compagna riedo, e non del tutto indegna.
SIFACE L'alto proposto tuo, grande è sollievo a re infelice, e a non amato sposo; ma ad un amante oltre ogni dire ardente, qual io ti sono, ei fia supplizio estremo. Giá da gran tempo entro al mio core ho fermo il mio destin, cui mai divider meco, no, mai non dei. Preghi e comandi ascolta, donna, or dunque da me… Ma Scipio a noi veggio venirne: a lui soltanto al mondo bramo indrizzar gli ultimi accenti miei.
SCENA TERZA
SCIPIONE, SOFONISBA, SIFACE.
SIFACE Odimi, o Scipio.—Innanzi a te, sparisce il simulare; innanzi a te, di niuna mia debolezza il vergognarmi è dato: tu, benché niuna in tuo gran cor ne alberghi, grande qual sei, tutte in altrui le intendi, e umanamente le compiangi.—È questa, (mirala or ben) la cagion prima è questa d'ogni mio danno; e in lei pur sola io posi ogni mio affetto. Non mi hai visto ancora tremar per me; per altri or scendo ai preghi; a forza io 'l fo…
SOFON. Non per la figlia al certo di Asdrúbal preghi. Al par di te, secura fors'io non sto?—Che puoi Scipion, tu farmi? Nata in Cartagin io, nemica a Roma, e prigioniera entro il romano campo, io pur secura sto…
SCIP. Noi tutti, o donna, pone in duri frangenti or la fatale bizzarra possa della sorte. Io lieto certo non son dei danni vostri: e indarno meco fai pompa tu dell'odio innato tuo contra Roma. Ancor che Annibal crudo da tutta Italia ogni pietá sbandisca, non io perciò contro ai nemici atroce odio racchiudo. Ove con lor mi è forza a battaglia venirne, io, vincitori, gl'invidio e ammiro ognor; vinti, gli ajuto, e li compiango.
SIFACE Ed a te solo io quindi, ciò che a null'uom non avrei detto io mai, dir mi affido…
SOFON. Che dir? Tu, per te nulla certo non chiedi al vincitore; io niego nulla da lui ricever mai; né pure la sua pietá: ch'altro havvi a dire? Innanzi al gran Scipion, chi vile osa mostrarsi? Ma, s'anca vile io fossi, il sol vedermi davanti agli occhi il distruttor de' miei, l'apportator d'ultimi danni all'alta patria mia, ciò sol farmi arder potrebbe or di magnanim'ira. Al par nemica e di Scipione, ancor che umano ei sia, mi professo, e di Roma: a farmen degna, deggio in Scipion piú maraviglia or dunque, che non pietá, destare.