Ner.
Or vedi amore! odi il velen, se tutto
dal petto al fin non ti trabocca; or, ch'io
le tue arcane laidezze in parte scopro.
Ottav.
Misera me!... Che piú mi avanza? In bando
dal talamo, dal trono, dalla reggia,
dalla patria; non basta?... Oh cielo! intera
mia fama sola rimaneami; sola
mi ristorava d'ogni tolto bene:
sí prezíosa dote erami indarno
da colei, che in non cal tenne la sua,
invidíata: ed or mi si vuol torre,
pria della vita? Or via; Neron, che tardi?
Pace, il sai, (se pur pace esser può teco)
aver non puoi, finch'io respiro: i mezzi
di trucidar debole donna inerme
mancar ti ponno? Entro i recessi cupi
di questa reggia, atro funesto albergo
di fraude e morte, a tuo piacer mi traggi;
e mi vi fa svenare. Anzi, tu stesso
puoi di tua man svenarmivi: mia morte,
non che giovarti, è necessaria omai.
Del sol morir dunque ti appaga. Ogni altra
strage de' miei ti perdonai giá pria;
me stessa or ti perdono: uccidi, regna,
e uccidi ancor: tutte le vie del sangue
tu sai; giá in colorar le tue vendette
Roma è dotta: che temi? in me dei Claudj
muore ogni avanzo; ogni memoria e amore
che aver ne possa la plebe. I Numi
son usi al fumo giá dei sanguinosi
incensi tuoi: stan d'ogni strage appesi
i voti ai templi giá; trofei, trionfi
son le private uccisíoni. — Or dunque
morte a placarti basti: or macchia infame
perché mi apporre, ov'io morte sol chieggo?
Ner.
— In tua difesa intero a te concedo
questo nascente dí. Se rea non sei,
gioja ne avrò. — Non l'odio mio, ma temi
il tuo fallir, che di gran lunga il passa.
SCENA SETTIMA
Ottavia.
Misera me!... Crudo Neron, pasciuto
di sangue ognor, di sangue ognor digiuno!