Tranquillato così, Emanuele si era lasciato andare alla sicurezza tranquilla del possesso maritale, e poi insensibilmente a quell’indifferente abitudine di convivenza che era l’ideale dell’alta società parigina d’allora, — in cui molti mariti si contentavano di peggio.
Egli non era uomo da darsi mezzo: altrettanto violenta era stata la sua passione, altrettanto profonda fu la sua rassegnazione all’insensibilità morale di Luscià a suo riguardo.
Cominciò a far vita a parte: — il giorno non la vedeva più che all’ora della tavola, passando il resto chiuso nella sua camera o nelle biblioteche. La sera l’accompagnava in qualche casa, e quivi lasciandola, usciva con un amico a carezzar con esso i comuni progetti.
Poco alla volta anche Luscià parve sfreddarsi, stancarsi della società, frequentarla meno, e poi abbandonarla affatto.
Emanuele continuò tuttavia per molto tempo a venir tutte le sere a chiederle se voleva escire, — ma al suo diniego non insistette che le prime volte, poi si lasciò dolcemente tentar dalla nuova libertà e non gli parve vero di trarsi in disparte da quel faticoso turbinío di feste. Ne fu anzi gratissimo alla moglie. La sera, ritirandosi di buon’ora nel suo studio, sentiva una viva soddisfazione di veder già tutto buio nelle stanze di Luscià.
Le cose andavano per lui alla meglio, lisce come olio.
XX.
Però verso il fine di aprile un grave incidente venne a turbare la serenità di quella sua pace.
Un giorno che egli aveva dimenticato un libro nel salotto della moglie, venne a ricercarlo.
Intese, appressandosi all’uscio, un sussurro sommesso, ma concitato, nelle stanze di Luscià. — Non comprendeva le parole, ma distingueva le cadenze del gergo.