XVIII.
Però Emanuele, causa la cattiva stagione, ebbe una convalescenza lunga e penosa.
Le forze stentavano a ritornare.
La pioggia quasi incessante lo costringeva ad una prigionia rigorosa fra le mura del castello, dove dal cielo nebbioso, rannuvolato, scendeva un barlume crepuscolare, una grigia caligine, una cupa mortificazione della mente e del cuore.
Anche Luscià pativa di quella vita rinchiusa. Insensibile alla austera poesia del focolare domestico, di un affetto solitario, rimaneva sopraffatta da un grave torpore. Il castello le pareva un carcere che la vastità rendeva più triste. Non si arrischiava ad attraversare gli androni oscuri; gli echi profondi le facevano paura.
Il più del tempo se ne stava nella sua camera, raggomitolata, avviluppata, di panni d’ogni sorta, intirizzita, rattrappita, immobile come un filugello nel proprio bozzolo.
Due volte al giorno, all’ora del desinare e della cena, il marito veniva a cercarla per condurla in sala; si facevano servire dinanzi al vasto camino, dove ardevano grossi ceppi di quercia: ascoltavano la triste conversazione dei tizzi che cigolavano coll’acqua che grondava di fuori.
Spesso, allo sparecchiar della mensa, ella si addormentava. Emanuele osservava allora il suo viso smorto, languente, cui il tedio dava l’apparenza di un subitaneo deperimento. Egli ripensava alla visione persistente della sua malattia: alla giovinetta prigioniera, e degli strani sgomenti lo prendevano: se fosse stato il presentimento di una sciagura...
Il suo sguardo ansioso la vedeva talvolta peggio di quel che fosse: sparuta, disfatta.
Ella però soffriva veramente.