Il chiarore della luna.
Poi il ritornello di voci stridule, infantili, lanciate a piena gola, si diffondeva:
E di pingoli, mingoli, ranplan, plan
Chi n’ha poco, chi nulla, chi tan, tan, tan.
Le pannocchie intanto cadevano con ritmo affrettato e si ammucchiavano nel mezzo dell’aia. Un lumicino conficcato in una pilastrina del portico, col pretesto di rischiarare, lasciava nella dolce penombra le confidenze susurrate all’orecchio da due labbra carnose, i pizzicotti furtivi, le strette di mano sotto le foglie, gli sbagli di acchiappare un piede od un ginocchio in cambio di una pannocchia.
Il vinello andava in giro a inaffiare i soliti fichi secchi. Il silenzio e le tenebre profonde della campagna incorniciavano quella tranquilla giocondità rusticana.
Ad un tratto succede un tafferuglio; il lumicino, colpito, cade e scompare, le pannocchie volano alla cieca, all’impazzata, e, guarda alla testa! qualcuno irrompe in mezzo al crocchio, pesta gambe, rovescia petti; è un grande fruscìo, è uno scompiglio, un rifascio, una confusione da non dirsi. Poi, ad un tratto, silenzio, uno svolazzo di risatine che fuggono.
Cos’è nato? Chi si trova sepolto sotto un mucchio di foglie, chi una pannocchia in seno, chi col naso ammaccato; chi bestemmia, chi ride; si domandano spiegazioni, si accusano a vicenda; il diverbio si accende, ma finisce con una pronta riconciliazione, e coi soliti scappellotti di sicurezza ai ragazzi, — qualcuno cerca il lumicino per terra.
Doro, un grosso fanciullone di sedici anni, dice a Centino:
— Non hai inteso tu? mi è piombata alle spalle; fo per pararmi, mi volto, mi cade addosso faccia contro faccia, dei capelli lunghi mi cascano in bocca, negli occhi, e sento un odore, un odore buono! non hai sentito tu? l’ho ancora nel naso. Fo per tenerla, passo le mani alla vita, sento liscio come seta...