Il conte le fece poi visitare il castello, la condusse, sempre tenendola per mano, per il vasto dedalo di sale, di androni, di bugigattoli, di ripostigli, in cui la sua stirpe s’era svolta orgogliosa, e poi a poco a poco inaridita.

Scesero dai solai al terzo piano, una volta dispensa e gineceo, dove stavano le donne e si tenevano le provviste per la casa, dove i grandi armadj della biancheria, in legno di quercia appena digrossato, coprivano i muri dal pavimento di nude assi al soffitto di travicelli; fra l’una all’altra stanza si aprivano dei piccoli ripostigli in cui si custodivano le conserve di frutti, di farine, di olii, di commestibili d’ogni maniera; piccoli tesori la cui chiave non abbandonava mai la cintura della padrona. Entrarono nella stanza di lavoro, locale immenso posto sul pianerottolo, nel mezzo dell’ala posteriore del castello, fra la dispensa e le camere delle donne, rischiarato da quattro alti finestroni grigliati, da cui la luce pioveva a fiotti e non apparivano altre distrazioni che le nuvole vaganti pel cielo e la vetta nevosa dell’Alpi lontane. Colà, dall’alto del seggiolone di legno, a dossale e bracciuoli uniti a foggia di tribuna, scendeva un tempo sul garrulo crocchio delle fantesche il vigile sguardo e la parola temuta della castellana; ed ora, inutile scettro di un regno deserto, la venerabile conocchia, sovrana dalle gretole dorate e dall’animella d’argento stemmata, dominava sopra una fila di arcolai sgangherati, di fusi tarlati, di zoppi scannetti, inerti ricordi di un’attività estinta, di una vita soffocata sotto l’alta polvere e i fitti ragnateli.

Attraversarono poi gli appartamenti signorili, al secondo piano, lunga fila di stanze fredde, deserte, quasi interamente sguarnite, dalle quali la famiglia s’era a poco a poco ritirata nella camera della torre quadrata, malinconico rifugio d’una grandezza decrepita; tabernacolo dove l’antica potenza sonnechiava negl’inutili e travagliosi rammarichi.

Sotto, invece della desolazione, una tristezza fastosa, una severa ricchezza di arredi, la galleria dei ritratti, l’armeria, la gran sala dei festini, l’antica sala di udienza, il tinello, le stanze del gineceo, di conversazione, e nel mezzo gli appartamenti degli ospiti. Camini alti dai ricchi stipiti di granito e di cipollino; i pavimenti di legno intarsiato, i muri dipinti, coperti di arazzi o di tappezzerie chinesi, soffitti a cassettoni, a medaglioni indorati, scolpiti, istoriati, vaste specchiere, sovrapporte dipinte dal Cignaroli, dal Moncalvo, dall’Aires; una strepitosa confusione di stili, in cui prevaleva il barocco colle sue fantasticherie pesanti, colle sue arditezze piene di sussiego. In una di quelle camere, dall’imperatore Ottone, autore della casa, a Napoleone, che aveva deliberato invano di distruggerla, col confiscarne i beni e regalarne il castello al Comune, molti sovrani avevano alloggiato: c’era stato Galezzo tornando colla sposa di Francia, e Luigi XII e lo Sforza e il Moro e Carlo VIII, seduttore infelice, da cui una Peveragno, rigida bellezza, aveva, caso raro, ricevuto omaggio senza dar compenso; poi una fila di sovrani sabaudi da Emanuele Filiberto in poi, una lunga fila di leggendarie figure, di follie, di superbie, di ambizioni, di alti concetti, di cupidigie fastose, di sovrane liberalità: e di tutti costoro, di tutto ciò rimaneva qualche cosa: uno stemma, una decorazione, un titolo, una pergamena, un gingillo, una spada rugginosa, una sciarpa sfilacciata, un elogio, una petulanza, una medaglia, un aneddoto, una parola, memorie moribonde di morte grandezze.

Luscià, più intimidita che ammirata di tutte quelle magnificenze patrizie, sbigottita da tutta quella tetraggine, da quel mondo incomprensibile, dai volti arcigni che pendevano ai muri, dai morioni che la guardavano per le vuote occhiaie, dallo scricchiolar dei pavimenti, dagli echi profondi, voci eloquenti del vuoto e dell’abbandono, si stringeva al fianco del conte; e neanco osava guardarlo in viso, perchè alla luce giallastra degli androni, fra le penombre degli anditi e delle scale, anche egli colla sua lunga barba rossa, con quella sua cera malinconica e squallida, coll’azzurra pupilla velata di pensieri, alto, stecchito, silenzioso, aveva quasi l’aria di un risuscitato.

Ella non capiva bene il perchè della lunga rassegna; sentiva un vivo desiderio di scappar fuori all’aria aperta, di correre al sole, di ritornare in mezzo al frastuono, al garrito dell’accampamento, di sentir l’allegro picchiare di martelli cadenzati di canzoni e di bestemmie. Ma si rasserenò ad un tratto quando, tornati alla fine nella camera della contessa, il conte levò da un armadio uno stipo, una maraviglia di ebano intarsiato d’avorio e di madreperla, istoriato di puttini e di rabeschi mirabili, l’aperse, e le disse:

— Sono i gioielli di mia madre, e saranno i vostri.

Luscià rise e saltellò con infantile tripudio innanzi a quel tesoro, ammucchiato di generazione in generazione trasmesso dall’una all’altra contessa di Peveragno, che narrava coi patrizii suggelli una lunga storia di blasoni, di parentadi illustri, di alleanze con le più alte famiglie d’Europa.

La zingarella non vedeva in tutto ciò che il lucciccar degli ori, il balenar sanguigno dei rubini, il marezzar dell’opale, dell’agate, delle perle, il glauco bagliore dei topazii e degli smeraldi. Una pazza ebbrezza le faceva balenar gli occhi, rabbrividiva di delizie ignote; l’istinto della vanità femminile si risvegliava possente nel suo cuore ignorante; avrebbe voluto mettersele addosso tutte in una volta, mostrarle a tutto il mondo e nasconderle perfino all’aria.

— Luscià, tu non mi hai ancora risposto.