Il dottore piega l’istrumento che, durante il racconto di Maurizio, ha tenuto in mano; ne cade una carta d’un caratterino ingarbugliato: la prende e ci trova scritto: — «Io Rinaldo conte d’Ormeto dichiaro innanzi a questi testimonii ed affermo d’essere maggiore d’età. In fede mi sono sottoscritto.»
— A cosa serviva questa dichiarazione?
— Ah! ecco: quando il contino vendette il Ronco non aveva che vent’anni ed era minore d’età.
— Era minore!... ma allora non era necessario il riscatto: essi potevano impugnare la vendita di nullità.
— Sì, — dice Giacomo, — ma... io... avrei accusato il contino... di truffa...
— Perchè? — chiede il dottore.
— Per quella carta lì che lei tiene in mano, nella quale egli dichiarava una cosa falsa, — risponde Maurizio.
Il giovane li guarda entrambi attonito: egli impallidisce, la mano gli trema.
Dopo qualche momento di stupore egli fa scorrere gli altri documenti: ne legge i titoli frettoloso, come avesse paura di ricevere altre spiegazioni.
Passa così sovra due o tre altri contratti intercessi fra la sua famiglia e quella d’Ormeto. Il vecchio gli dice ogni volta: — avanti!