Questo era il marchio obbrobrioso che la manina sottile della piccola zingara aveva impresso sul vecchio dominio feudale, votandolo alla rovina.
Ma v’erano altri segni più dolorosi, che l’erede di Peveragno voleva dissimulare; e che la sua fronte calva innanzi tempo e il suo occhio incavato rivelava.
I giorni tornarono a scendere nel suo spirito lenti, monotoni, tristi come cade la goccia nell’acqua morta di una cisterna abbandonata in mezzo nel deserto.
Passò l’inverno, sbocciarono e caddero volta a volta i fiori dei pruni, dei meli, delle siringhe, delle gaggie, delle madriselve.
La verzura dei prati si fè oscura, ingiallì quella dei campi. Scoppiò fra i solchi lo strido della cicala e lo squittir delle quaglie raminghe.
Il viale dei tigli gettava l’ultimo tributo di profumi al sole di primavera.
XXV.
Fu una tempestosa mattina di giugno, aveva fatto temporale la notte, che Emanuele si trovò Luscià svenuta sulla gradinata del giardino; alcune pedate d’uomo che si perdevano nel parco indicavano che qualcuno l’aveva colà abbandonata alla sua misericordia.
Senza esitare un momento, senza perdersi in meraviglie, come l’aspettasse da un pezzo, la portò nella sua camera.