Intervistato su questo punto, prima dell’apertura del processo, il signor Bradford aveva dichiarato: «Qui non siamo né a Chicago né a New York. Questa è una piccola comunità dove tutti si conoscono. La mia condotta durante il processo risponderà alle insinuazioni del Record. Jim Haight sarà processato con giustizia ed imparzialità. È tutto!»

Il giudice Lysander Newbold era uno scapolo anziano, molto rispettato in tutto il paese per la sua cultura giuridica e per la sua abilità di pescatore di trote. Era un ometto ossuto, piccolo e tozzo, che aveva il vezzo di tenere la testa calva, frangiata da pochi capelli neri, profondamente incassata nelle spalle. La sua voce era asciutta. Aveva l’abitudine di giocherellare con la mazzetta da giudice come si trattasse di una canna da pesca, e durante i processi non rideva mai.

Ci vollero vari giorni per scegliere il collegio dei giurati, e durante questo periodo il signor Queen non cessò di osservare le due persone più importanti della Corte: il giudice Eli Martin, il difensore, e Carter Bradford, l’accusatore. Era evidente che si trattava di una guerra tra il coraggio di un giovane e l’esperienza di un vecchio. Bradford lavorava sotto tensione. C’era qualcosa di ostinato in lui e Ellery si accorse ben presto che era molto in gamba. Conosceva la sua gente. Ma parlava con troppa calma e ogni tanto la sua voce si incrinava.

Il giudice Martin era superbo. Ebbe il buon senso di non assumere arie paternalistiche nei confronti di Bradford, anzi ascoltò con estremo rispetto gli interventi del giovane. Una volta fu visto persino appoggiare una mano sulla spalla di Carter come se avesse voluto dire: «Sei un bravo ragazzo. Noi non siamo nemici perché abbiamo un interesse in comune: la giustizia.»

Ci furono mormorii di approvazione.

Il tutto contribuiva a creare una atmosfera di dignità e di serietà.

Anche Ellery Queen approvava.

E approvò ancora di più quando esaminò i dodici della giuria. Da quanto poteva giudicare erano dei cittadini solidi, di principi sani. Nessuno pareva avere dei pregiudizi, o emozioni particolari, tranne uno, forse, un individuo grasso che continuava a sudare: uomini per bene, in sostanza, che avrebbero potuto capire che un individuo può essere un debole senza per altro essere un criminale.

Nel discorso d’apertura rivolto alla giuria, Carter Bradford disse che era necessario tenere continuamente presente un fatto importantissimo: Rosemary Haight, la sorella dell’accusato, era stata avvelenata con l’arsenico, ma la sua morte era stata un errore. Il vero oggetto del delitto era la moglie dell’accusato, Nora Wright Haight. L’accusa ammetteva che il caso contro Jim Haight era circostanziale, ma i casi circostanziali erano una regola, non un’eccezione. Comunque, le prove erano così chiare, così forti, così irrefutabili che la giuria avrebbe potuto giudicare Jim Haight colpevole senz’alcun dubbio possibile.

«L’accusa dimostrerà» disse Bradford «che Jim Haight aveva progettato l’omicidio della moglie con un anticipo di cinque settimane; che il suo era un piano astuto, che dipendeva da una serie di avvelenamenti, in ordine crescente di gravità, tali da stabilire che sua moglie era soggetta ad attacchi di una misteriosa “malattia”. L’accusa dimostrerà che questi avvelenamenti preliminari avvennero proprio nelle date indicate nelle lettere che Jim Haight aveva scritto di suo pugno; che il tentato omicidio di Nora Haight e la morte accidentale di Rosemary Haight si sono verificati nella data in precedenza stabilita. L’accusa dimostrerà che la notte del delitto, James Haight e soltanto James Haight ha preparato i cocktail; che James Haight e soltanto James Haight ha portato il vassoio in salotto e ha distribuito le bevande; che James Haight e soltanto James Haight ha porto a sua moglie il bicchiere con il veleno; e che la donna si è salvata soltanto perché, dietro insistenza di Rosemary, aveva passato la bevanda avvelenata alla cognata, dopo averne bevuto soltanto un sorso… una circostanza che Jim Haight non aveva previsto.