A sera fu peggio.
I caldi tramonti di luglio non sono fatti per le meditazioni ascetiche. Il sole che discende rosso dietro ai piani modenesi, saetta i raggi orizzontali sui colli dalle forme curve, quasi muliebri, li veste di un colore roseo che par di carne. Sembra che la terra intorpidita dall’arsura diurna si risvegli come ad una nuova aurora e frema alla carezza delle fresche aure serali. Le foglie immobili cominciano ad agitarsi lente lente, e il fiume, già fulgido come uno specchio d’acciaio, prende il color verde degli occhi delle ondine tentatrici. Tutto si risveglia; anche il desiderio.
Le prime ore della notte, col tremulo bagliore delle stelle, con le vampe tiepide e profumate che alitano per la valle, con quel mistero della penombra dove s’indovina un fermento di amore e di fecondità, dànno una molle sensazione che pare un principio d’ebbrezza. Ai profondi silenzi succedono larghe vibrazioni di voluttà, e passano le lucciole a sciami sulle stoppie nere, cantano gli usignuoli nelle macchie, e il fiume mormora gli ineffabili epitalami della notte. Nelle tenebre tiepide si compiono nozze misteriose, e l’amore palpita nel grembo della terra come il sangue nelle arterie dell’uomo.
È allora che il pieno disco della luna si leva e sale diffondendo la sua luce fredda sui campi deserti. Le ombre nere si allungano sui piani argentei e il fiume risplende qua e là di pagliuzze d’oro. Tutto a poco a poco si calma e riposa nella immensa solennità della notte.
Il povero Manardo sentiva i fiotti del sangue bollente salirgli alle gote e dal cervello. Ebbe le vertigini di chi si affaccia all’abisso, e chiese di nuovo la pace alla preghiera.
Proprio sull’ultima sponda del fiume, circondata da pochi salici e da una siepe di carpini, era una sottile colonna di pietra che reggeva una madonnina scolpita. Fu là che Manardo s’inginocchiò, chiedendo la calma del sangue alla fresca brezza notturna e la pace dell’anima alla Vergine sua protettrice. E stava chino umilmente, quasi prosteso a terra, allorchè un suon di passi ed un fruscìo di vesti lo scosse. Erano le donne. Lo sentì, e rabbrividì come ad un pericolo mortale, ma subito fu colto da un gran disprezzo di sè medesimo e della sua debolezza. Dunque egli era così poco avanti nella grazia, che una tentazione delle più comuni lo poteva turbare sino alle midolla delle ossa? Gli vennero in mente esempi di santi che avevano resistito a più forti lusinghe, che avevano anzi sfidato il peccato, e per virtù della fede erano usciti vincitori nella lotta da loro stessi cercata. Volle esser forte, volle vincere l’interno nemico a forza di volontà e di fede, volle castigare la propria fiacchezza condannandosi a rimaner lì, inchiodato sulle ginocchia, finchè le donne non fossero partite.
Ma non partivano. Si erano fermate a pochi passi da lui dietro i carpini. Udiva le loro parole, sentiva il fruscìo delle loro vesti su rami bassi e capì... Si spogliavano per scendere nel fiume.
La sua condizione diventava terribile, ma tuttavia si ostinò a non muoversi, come se al di là della siepe non ci fosse nessuno. Si teneva il capo stretto tra le mani invocando il soccorso divino, ma un pensiero attraversava le sue preghiere:—Se guardassi? Lo scacciava inorridendo; ma ritornava, e gli dava la febbre. Appoggiava la fronte alla colonna per sentire il refrigerio di quel freddo, sentiva distintamente coll’orecchio le pulsazioni frettolose del cuore.
Sentiva le donne parlare sottovoce, ed ogni parola rivelatrice era un nuovo assalto. Sentiva sciogliere i cordoni, e le vesti cader sordamente a terra, ed egli si chiamava vile perchè gli veniva l’idea di turarsi le orecchie. La sabbia scricchiolò sotto un piede ignudo che scendeva al fiume, e a un tratto la voce argentina di Elda vibrò nel silenzio, dicendo:—Ah, come è fredda!
La madre dietro ai carpini rispose:—Avanti! avanti!