Il ritrattino mi piaceva assai e, quando s’andava dal Rettore, lo cercavo subito per tornarlo a vedere. In principio non potrei dire altro che mi piaceva, ma a poco a poco mi abituai a fare quasi astrazione dal ritratto ed a pensare all’originale. Quel sorriso, un po’ stentato ma pur sempre grazioso, mi pareva diretto proprio a me; e se qualche mio compagno guardava anch’egli al ritratto provavo subito un certo senso di dispetto, una stizza che chiudevo dentro solo per sforzo di riflessione. Ho capito poi che quel brutto sentimento era gelosia, perchè me lo sono sentito nel cuore altre volte pur troppo; ed ho capito che dovevo essere già innamorato, perchè, com’ella sa, la gelosia vien dopo all’amore. Infatti, se ella se ne ricorda... ma lasciamo andare.

Ero proprio innamorato, benchè allora non sapessi che nome dare a questi miei nuovi sentimenti, e pensavo tutta la settimana al benedetto sabato in cui avrei visto, come direbbe il Metastasio, il caro oggetto. Cominciavo a lavorare di fantasia, a fabbricare castelli in aria, ultimi atti di commedie alla Scribe, allorchè m’avvidi che tra me ed il caro oggetto era prossima la separazione. I gelati e i racconti di fate stavano per finire, ed io ci pensavo con una amarezza che ricordo benissimo, perchè ho provata poi anche questa altre volte. Non c’era che una via di salute, il ratto. L’ultima sera m’avvicinai al camino con un batticuore terribile, e senza guardarmi attorno, con la risoluzione cieca di chi gioca tutto il suo sopra una carta presi il ritratto e me lo cacciai in tasca. Fu proprio un ratto, perchè, come ella vede, lo rubai.

***

Lo rubai. E’ una brutta parola ma è la verità, e sono persuaso che se il Rettore m’avesse guardato in faccia con attenzione, se ne sarebbe accorto. Certo mi pareva di avere il delitto scritto in fronte, e quel maledetto batticuore non voleva cessare: anzi mi assordava e mi pareva che tutti lo dovessero sentire. Stentai a finire il gelato, e solo quando uscimmo di camera mi parve di respirar meglio. Tenevo la mano ostinatamente in tasca e di quando in quando accarezzavo il cartoncino colle dita come si accarezza una persona viva. Nel tempo dello studio, con mille precauzioni, riuscii a rinvolgere il caro oggetto in un bel foglio di carta, e me lo misi sul petto, sulla carne nuda. La notte, con la testa sotto le lenzuola, lo baciai come un santo e mi addormentai tenendolo colle mani sul cuore. Chi potesse sapere i miei sogni di quella notte! Ma non me li ricordo più.

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Sì, signora, sono fanciullaggini, lo so. Ma è appunto tra le fanciullaggini che si desta il cuore, e vorrei sapere se il suo, quando si destò, abbia fatto meglio del mio. Tutti a questo mondo incominciano così, o press’a poco. Non c’è che l’agave che fiorisca in un minuto secondo e tutti gli altri fiori sbocciano a poco a poco: e l’agave fiorisce ogni cento anni pur troppo. Così, con queste fanciullaggini ho cominciato ed ho seguitato per molto tempo, e, veda, mi dolgo di non essere più fanciullone a quel modo. Con che intensità d’affetto amavo quel mio ritrattino! Che baci gli davo quando non mi vedeva nessuno! Per le vie guardavo le donne in faccia per vedere se somigliavano alla mia innamorata, ed a scuola, con la testa tra le mani e le dita nei capelli, mi immergevo in contemplazioni paradisiche, la cui dolcezza ineffabile mi mancò quando il senso pretese la sua parte dall’amore. Quelle meditazioni serafiche, pure da ogni contatto di realtà, erano veramente l’ideale dell’ideale, e mi procuravano gioie vive, fantasie inebrianti e castighi durissimi, perchè naturalmente chi li soffriva più di tutti era il povero cardinal Bellarmino. Imaginavo cavalcate, colloqui, viaggi, avventure, e vedevo la mia innamorata in tutte queste fantasmagorie, quasi la vedevo, con gli occhi allucinati, come si vede in sogno. A casa mia avevo compitato il Nicolò de’ Lapi e mi ricordavo il bacio di Lamberto a Laudomia sull’inginocchiatoio, e me lo figuravo dato da me alla mia innamorata che mi sorrideva come nel ritratto. Quel bacio era per allora il limite estremo dell’amore. Oh, beate fanciullaggini! Mi contentavo di un bacio immaginario e non facevo versi! Come si cambia, signora mia!

Intanto io viveva contento in questo amore rudimentale per un ritratto cui la fantasia dava corpo. Diventai rustico, solitario, stravagante. Il mio cambiamento di carattere fu notato, e mi accorsi che l’abataccio villanzone cui la mia educazione era affidata, mi sorvegliava e mi spiava. S’accrebbe quindi la mia salvatichezza, e questo stato di ostilità contro tutti mi piaceva, perchè sostenuto come una prova d’amore. I castighi mi piovvero addosso ed io li accettai come martirio invidiabile, come sacrifici meritorii. Mi irrigidii contro la persecuzione, vissi in uno stato di ribellione muta, passiva, ostinata. L’abataccio disperava già di domare questa cocciuta perversità, quando un giorno, povero me! perdetti il ritratto!

M’ero addormentato con la cara immagine sulle labbra, e la mattina, nel serra serra del vestirmi in fretta sotto gli occhi grifagni dell’abataccio, non potei che nasconderla sotto alle lenzuola. In chiesa, dove s’andava subito dopo alzati, ebbi il rimorso di aver abbandonato così, e per la prima volta, il benedetto ritrattino. Quella mattina me la ricordo come se fossero passate poche ore soltanto. Era freddo, ed io aveva un nodo d’angoscia nel cuore. Nascosi la faccia tra le mani, e li, in ginocchio, piansi disperatamente e pregai Dio, lo pregavo allora! pregai Dio con tutta l’anima di restituirmi il ritratto nascosto, di non permettere che altri lo trovasse. Se fosse vero che le preghiere fatte col cuore e con la fede sforzino le porte del cielo, Dio avrebbe fatto un miracolo per me, tanta fu l’intensità della mia orazione. Ma quando uscimmo di chiesa corsi al mio letto... era rifatto! Lo disfeci... Nulla!