Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie, brutture, oscenità madornali, raccontate come in confidenza all’amico in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli è come, mettiamo, chi fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella, o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando le più turpi birberie possibili fino i più schifosi delitti contro il buon costume. E quando lo stile, benchè messo in caricatura, fosse per ciascuno così ben copiato da indurre per un momento in dubbio i creduli, come accadde per le Lettere degli uomini oscuri, si avrebbe ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne gli autori.
Gli autori delle Lettere, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano, benchè, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, così feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra lui e l’inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare i libri ebrei, che bruciò quelli di Reuchlin e assalì ignobilmente Lutero, c’era odio mortale. Un bel dì s’incontrarono in una strada di campagna e deserta. L’inquisitore si buttò in ginocchio davanti al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di piattonate, gli volse le spalle e se ne andò sorridendo di compassione.
Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge, quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie non hanno più ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno più nè caldo nè freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede o non l’adora affatto; e per questo non c’è bisogno di fabbricare nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo piccolo scisma da sè, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto mangiando una costoletta il venerdì, senza per questo bruciar le bolle del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta ed all’imperatore. Questa libertà di fatto, la quale riceve appena qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillità religiosa profonda ed imperturbata che spesso è indifferenza bella e buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso così, leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto per avere il diritto di far la comunione col calice!
Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch’io seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni! Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a me, direi che dite bene.
ISCRIZIONI
Il Panzacchi, parlando delle iscrizioni di Teodorico Landoni dice: «Delle iscrizioni parmi che si possa oggi dire come delle statue monumentali; e cioè che al nostro tempo ricorre frequentissima l’occasione di farne, mentre si manifesta assai scarsa l’attitudine nostra a farle bene.» E questa verità parve così terribile al Carducci, il quale pure di epigrafi e bene ne ha fatte parecchie, che giunse sino a disperare dell’attitudine della nostra lingua alla maestà dello stile lapidario; e ricordo ancora una sua sdegnosa lettera contro gli autori di un prontuario di indirizzi, dove egli era notato come epigrafista. Mise gli autori del libercolo e l’epigrafia italiana tutti in un fascio; scomunicandoli tutti, salvo poi a fare il giorno dopo una delle più belle iscrizioni italiche, come quella che commemora gli studenti morti per la patria nell’atrio della Università di Bologna.