E qual cecità, quale completa mancanza dell’intuizione dell’avvenire in un uomo, cui non mancavano nè l’ingegno nè i mezzi per illuminarsi! Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe lo accecò affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre la Francia e l’Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si oppone e l’imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo esercito, se non s’impone alla Francia Luigi XVIII.—Il re legittimo è là,—disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:—Ho parlato secondo la mia coscienza; il tempo farà il resto. Egli ci dirà chi aveva ragione.—Chi aveva ragione lo sa Enrico V.

Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principe assoluto sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. «Io mi riconosco il diritto ed il dovere d’indicare a coloro, che verranno dopo di me, il mezzo, il solo mezzo per l’uomo coscienzioso di resistere alle burrasche del tempo. Questo mezzo l’ho formulato nel motto che ho scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi seguiranno: la vera forza è il diritto. Senza il diritto, tutto è fragile.» Belle parole, ma il diritto di Metternich è il diritto dei re, non quello dei popoli; è il diritto della corona imperiale, unico e solo; è insomma il diritto divino.

Si è voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa, all’altra: la forza vince il diritto, che si suppone detta dal principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro che gliela attribuiscono non sappiano dire nè quando, nè dove l’abbia detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo stesso. La forza dell’uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto divino dell’altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.

Sarebbe altresì curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno all’arte. Il cancelliere infatti fu curatore dell’Accademia viennese di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il duca d’Aumale ebbero un seggio nell’Accademia francese. Il Metternich almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e pieno di ampollose laudi dell’impero, in data 12 febbraio 1812. Ci troviamo però una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche. È dal fondo di un’anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice delle opere loro.

Così dice il curatore dell’Accademia e sta bene; quegli artisti avevano una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poichè tra gli artisti di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all’imperatore Francesco «riempire questa lacuna». I nuovi statuti «fondano una cattedra di storia dell’arte». Che bella cosa! Una cattedra dove s’impara il genio, una estetica che vi dà la potenza di Michelangelo! Ma Raffaello a quale cattedra di teoria dell’arte doveva il suo genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c’è salute.

Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore nel suo più corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca, nè le brache corte, nè le decorazioni. Eppure qualche cosa d’intimo sembra sfuggirgli tra le molte parole. Egli ci rivela una aridità di anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore, quell’uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un congegno d’orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli affari d’Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini così fatti campano molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non ne nascano mai.


METTERNICH