È vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo de Kock sotto ai banchi, ma l’avversione o la paura che le classi dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno, si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d’Italia, fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto, era condannata ad una sterilità coatta, ed i lettori o si inebetivano sui romanzacci di contrabbando o s’addormentavano sulle minchionerie del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei romanzi è rimasta quindi a quelle regioni d’Italia che più vi si erano potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione o di morale. I cataloghi de’ librai milanesi o torinesi riboccano di romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.

Così la novità di questa stagione di bagni e di acque è il romanzo di Enrico Castelnuovo intitolato Nella Lotta e stampato dal Treves in Milano.

Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di avvelenatori, di duelli e di processi. Non è uno di quei pasticci che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti dalle donne isteriche. È un lavoro d’arte, un romanzo letterario che, per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi e nelle bosinade, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non è degna di essere stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perchè è bella ed onesta.

Quest’ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo è. Non basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l’energia e la serietà necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli uomini deboli che cascano nelle reti loro, imbecilliti dalle moine che vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono. Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e più dell’uomo! Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga una triste necessità quando per tante donne l’ideale della vita sta nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita com’è, non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia. Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a ricordarsi il racconto di La Fontaine Le pâté d’anguille e il detto volgare toujours perdrix. Ma quando la moglie prende parte anch’essa alla lotta quotidiana, quando è la confidente e la consigliera del marito e sa combattere e vincere anch’essa, ridiventa la nostra costola e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma dico la verità.

Quanto poi all’arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto disegnatore che coloritore. Il suo romanzo è come un quadro della vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non plastico. Più che dagli oggetti esterni, più che dalla scena, egli è colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non descrive, racconta. Così egli si accosta ai romanzieri della Revue des deux mondes, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non ha l’arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola, che può essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa dire, ma che rimane però sempre un artista forte ed originale. Nel Castelnuovo c’è sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi per riuscire, tranne la lingua.

La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.

Silenzio.