Egli era perduto. Il pubblico voleva vedere il suo viso, voleva vedere l'uomo che si nascondeva sotto la maschera di Pulcinella; Sofia lo guardava con la ciera fredda e disdegnosa della prima sera. Esitò….
—Maschera!—ruggì il pubblico sovrano.
Allora con un gesto disperato strappò la sua maschera e mostrò il viso disfatto di un morente: fissò lo sguardo sulla fanciulla; ma sul volto di lei lesse un dolore così fiero, un disprezzo così intenso che abbassò la testa, comprendendo la sua condanna.
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Qui finisce l'idilio di Pulcinella, perchè egli non osò più rivedere la fanciulla, nè essa cercò mai più di lui. Certo Gaetano Starace non era un eroe e non ne morì; neppure tentò suicidarsi; invece si consumò lentamente, recitando ogni sera, facendo prove ogni mattina, divertendo il popolo, scrivendo parodie, vivendo in quel teatro stretto, lurido, nero, con i comici volgari e le donne strillone, buono con tutti, ma sempre un po' distratto. Si consumò giorno per giorno, senza lagnarsi: ma dopo di lui nessun altro del suo cognome ha ereditato la maschera del Pulcinella; perchè egli è morto solo, senza famiglia, senza figli.
PALCO BORGHESE.
Nei momenti interessanti del dramma quel palco offriva uno spettacolo degno di ammirazione: quelli che lo occupavano—undici persone—formavano un gruppo di fisonomie ansiose, di occhi spalancati, di bocche semiaperte, di corpi abbandonati; il che attestava qualmente i legittimi e relativi possessori di quei corpi, di quelli occhi, di quelle bocche, fossero profondamente attenti alla rappresentazione. Schierate in fila di battaglia; sul davanti, erano quattro fanciulle, volti graziosi, niente intelligenti, linee superficiali, occhi a fior di testa, capelli castani: bellezzine borghesi napoletane. La prima aveva fatto un tentativo di abito Pompadour, mettendo dei nastri rosa sopra un abito azzurro; tentativo ingenuamente sbagliato, perchè il rosa tendeva al rosso e l'azzurro era troppo cupo. La seconda portava quella tale toilette, cara alle abitataci di Foria, dove il giallo si mescola col marrone a furia di losanghe, di strisce, di pieghe, di maniche differenti: imbroglio inestricabile. La terza si pavoneggiava in un abito bianco, cucito da lei, adorno di trina lavorata in casa, stirato in casa, rialzato da nastri multicolori; giusto un anno e mezzo di arretrato sulla moda. L'ultima infine aveva fatta la felice scelta di una polonese verde-pisello, capace di dare l'emicrania ad una persona di nervi delicati. Tutte quattro erano incipriate di quella grossa cipria che lascia delle macchie bianche, come di gesso; tutte portavano sui capelli nodi di nastro, spilli di chincaglieria, fiori artificiali; tutte erano cariche di perle false, di braccialetti in velluto, di lunghi orecchini; erano soffocate dai loro triplici jabots; portavano guanti troppo corti, con filetti bianchi di dieci anni fa, mezzo sbottonati; una li aveva nuovi fiammanti, color burro, troppo stretti, e se li guardava con grande compiacenza, rimanendo immobile per timore d'insudiciarli.
Dietro, due vecchie; capelli grigi, treccia finta tutta nera, figure arcigne, labbra calcolatrici, catena di oro al collo, spillo col ritratto del coniuge—una bambina. In terza linea il soprabitone nuovo di don Giovambattista Fasanaro, negoziante di pannine e segretario della sua congregazione, con dentro la rispettabile persona del proprietario; insieme tre giovanotti: il primo commesso del negozio, il figlio del droghiere ed il nipote dell'orefice. Tutti tre serrati nel soprabito delle domeniche, rossi nei colletti troppo alti e troppo duri, fieri della dritta scriminatura, del fiore che adornava i rispettivi occhielli; tutti tre pretendenti delle foglie di don Giovambattista. In tutto, dunque, undici: una borghesia grassa, grossa, beatamente cretina, piena del suo merito, piena di disprezzo per quello che è fine, per quello che è artistico; un palco borghese che fioriva alla luce del gas, nel teatro Sannazaro.
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Eppure—o voi che ogni sera andate in teatro, che vi entrate sbadigliando e ne uscite pallidi di noia, che non avete più curiosità, e non vi dolete di non averne, imparate—eppure, quel palco era tutta una storia, tutto un romanzo, quasi un poema. Il borghese napoletano ama il teatro, ma il suo godimento si raffina quando ci va con un biglietto regalato: era il caso. Era tempo che un giornalista, capitato laggiù, ai Lanzieri, per una combinazione strana, come un greco in America; era tempo che egli aveva promesso un palco al rispettabile negoziante. La famiglia, all'annunzio, era andata in visibilio; le fanciulle ne sognavano la notte e pensavano quale abito era conveniente, come dovevano pettinarsi, che figura avrebbero fatta. Tutte le amiche avevano avuto partecipazione della lieta novella, si chiedevano consigli, si sostenevano discussioni: una signorina che abitava di faccia e che aveva avuto la fortuna di vedere il Sannazaro, era chiamata ogni tanto al balcone per ripetere le più minute spiegazioni. Per otto giorni non si vedevano per casa che nastri, fiori, sciarpe, veli; non si udivano che grandi colpi di ferro sulle gonne da insaldare: lo specchio era consultato ad ogni momento; le sorelle tenevano conciliaboli negli angoli delle stanze; la cugina, invitata, era commossa per la riconoscenza. Ma il palco non veniva. Prima si cominciò a scusare il giornalista: poverino, aveva tanta gente da contentare—e forse attendeva una serata propizia, forse il teatro era stato sempre pieno. Poi subentrò un po' di inquietudine: avesse dimenticato—e i preparativi e gli annunzii alle amiche e le speranze concepite? Infine, infine tutto è scordato, il cartellino rosso è giunto: terza fila, un po' in alto; numero due, un po' di fianco; ma che importa? si va: tanto basta!