—Ha sbagliato, ha sbagliato!—esclamò Clelia presa da un grande terrore.

E sul volto le si dipingeva l'angoscia, le mani tremavano, tutto il suo corpo fremeva come all'aspetto di un pericolo mortale.

—Ebbene?—chiese Giorgio con la sua voce sarcastica.

—Nulla…—rispose lei, e cercò ricomporsi.

La suonatrice ricominciava il suo pezzo: rifece tutto il cammino percorso. mettendovi anzi più anima, risalì la gamma placida, quella del riso argentino, montò al momento agitato, arrivò al culmine e l'urlo selvaggio si intese di nuovo: di nuovo aveva sbagliato e questa volta anche peggio. Si ostinò, e per tre o quattro volte di seguito, principiò da capo per finire sempre nell'istesso modo: ci metteva una pazienza, un'attenzione mirabile—inutile. Quando giungeva al punto fatale, un timore panico l'assaliva, non era più padrona di sè; esitava e cadeva; non le era possibile superare quel punto; era un problema chiuso, una difficoltà insormontabile. Era uno spasimo sentirla andar così bene, proceder con cautela, mettere in opera tutte le più trillanti risorse dell'esecuzione, abbondare, essere artista, poi d'un tratto precipitare in un modo ridicolo: in Clelia si riflettevano tutte queste varie impressioni. Dapprima ascoltava, era sorridente, godeva quasi, poi la sua calma si turbava, il volto impallidiva sempre più, gli occhi si sbarravano, era ansiosa, fremente, pareva desiderasse ed allontanasse l'istante difficile; poi ricadeva quasi stanca, spossata da quella novella sconfitta. Giorgio la guardava trasognato: il sigaro era spento.

Pure quelle impressioni si dileguarono poco a poco, si attenuarono, scomparvero e vi rimase solo una tinta di malinconia. La suonatrice lontana, persuasa della inutilità dei suoi sforzi, era passata ad un altro pezzo e lo eseguiva alla perfezione; si vedeva che cercava distrarsi, dimenticare quel primo a cui non poteva riuscire. Passò ad un altro, provò il genere serio e quello scherzoso, stancò le sue dita in quel lusso di musica, ma come se le si fosse risvegliata la coscienza della sua inferiorità, ritornò un'altra volta al suo pensiero fisso, a quello scoglio pericoloso—vi ritornò, involontariamente, temendolo sempre: questa volta, davanti alla sua costante incapacità, parve che il medesimo pianoforte desse in un cachinno di scherno. E tutto tacque.

—Ebbene?—chiese di nuovo Giogio, ma con voce singolarmente raddolcita.

—Ebbene,—rispose Clelia,—questa suonatrice mi sconvolge. Sono dieci giorni che essa è tormentata da quella difficoltà ed io mi tormento con lei!

—Perchè?

—Perchè? Non lo so neppur io. Che importa a me di quello che suona? Perchè provo le sue stesse impressioni? Quale legame ci è fra me e lei? Che mi dice la sua musica, che vuol significare quel punto oscuro ed ineseguibile? Io non comprendo, non comprendo e questo aumenta il mio spavento.