È inutile contrastarlo: ai periodi bisogna crederci. Prima nemmeno io poteva ammetterli, ripugnando istintivamente da tutto quello che è monotono, cadenzato, convenzionale, rivoltandomi contro i partiti presi e le opinioni collettive. Confesso l'errore: il periodo esiste. Noi viviamo, soffriamo, ci divertiamo, amiamo per periodi che si seguono e si rassomigliano con ordine meraviglioso; noi, dimenticando facilmente, non ci accorgiamo che una cosa che eseguiamo e ci sembra nuova, è quella di tutti gli anni, della stessa epoca. Ci illudiamo, credendo avere impressioni nuove, sensazioni insolite; non è che una ripetizione continua e regolare di altre impressioni, di sensazioni obbliate. Vi sono due grandi fatti ad esempio: il carnevale e la villeggiatura.
Non vi pare che il desiderio di divertirsi ci abbia ad essere tutto l'anno? Nossignore, lo si raccoglie in un solo mese, sempre il medesimo—sempre il peggiore dell'anno. È allora che abbiamo l'obbligo di commettere tutte le follie che hanno fermentato nel cervello per undici mesi, è allora che si ha il dovere di ridere, di fare le più strane mattezze. Dopo, non più—il periodo è passato, la serietà ritorna. Fate il medesimo ragionamento per la villeggiatura.
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Viene un'epoca dell'anno in cui la città, che pure abbiamo sopportata pazientemente per tanto tempo, comincia a diventare insoffribile; la polvere delle strade che abbiamo inghiottita senza mormorare, ci affoga; il rumore delle carrozze di cui non ci accorgevamo, ci assorda; i volti abituali ci diventano noiosi ed antipatici. Tutto è stupido, tutto è pesante, senza gusto e senza sapore—non si respira non si dorme, non si mangia più. Vi è bisogno di aria, di luce, di sole, di verde: cose di cui non si era mai sentita la mancanza; ora si cercano dovunque. Allora tutti sembrano invasati da un timor panico—bagagli, partenze, fughe su tutte le linee… ferroviarie. Si vuole la villa, gli alberi e si va a cercarli con premura, con ansia—due sono gli scopi: fuggire la città abbominata e ritrovare il sogno dei poeti, dei pensatori, dei filosofi: la campagna. Pare un impeto, un furore, una frenesia: la campagna o la morte. È lecito non accorgersi che essa esista nei lunghi mesi d'inverno, la si dimentica nella ridente primavera e nel principio dell'estate; ma giunto l'agosto, l'amore campestre arriva come una palla di cannone, e via!
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Dopo tutto, questa di cambiar posto, di passeggiare sulla terra fresca invece che sulle lastre infuocate, di respirare una maggior quantità di ossigeno, è necessità reale della vita. È un diversivo, è una varietà, un mutamento, un abbandono della vecchia forma per la nuova, una rivolta a quello che abbiamo amato, un'aspirazione a quello che possiamo amare. Lo spirito nostro si compiace di queste innovazioni, si diletta allo stesso spettacolo della sua incostanza, ammira la propria potenza nel passare rapidamente da un estremo all'altro, bruscamente e senza intervalli. Tutto questo lavoro interno ed esterno sarebbe bellissimo, straordinario, se non fosse perfettamente regolare e perfettamente periodico.
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Dunque villeggiature per tutti, e quindi molteplici e svariate specie di esse per contentare tutti i gusti. Ma oramai non vi restano che due o tre tipi spiccati e tutte le altre rientrano nella categoria di queste principali. Vien prima la villa mobigliata con costosa eleganza, dipinta a colori gai, con un giardinetto, la vasca, il tavolino di legno rustico—qualche volta un piccolo tentativo di parco. Di alberi….. qualcuno; aria….. si dice e si sostiene che ve ne sia; passeggiate….. sul lastrico di una via perfettamente selciata e nella propria vettura. Si fa….. lo stesso che si faceva in città. Si balla, si rappresenta la commedia, si dice male del prossimo, si prendono gelati e si vestono abiti di squisito gusto. Vi è l'etichetta stretta, formale: fissate le ore del pranzo, le giornate di ricevimento, il termine delle serate: tutto è registrato. Però si sta in campagna—si ha il diritto di crederlo almeno: è vero che la città è vicina e che le visite non mancano, è vero che al corso si vede la stessa gente che si vedeva prima, è vero che il verde si scopre col cannocchiale: ma tutto questo si fa in campagna, fra un vaso dove cresce un limone un poco etico, fra una brezza che passando per le vie troppo popolate non porta più nè il profumo dei fiori e molto meno quello del mare; si vede il cielo azzurro, si tratta di un palmo e mezzo, ma è il cielo. E chi non si contenta, si stia. Questa è la campagna aristocratica, fina, la campagna della gente distinta che sa divertirsi a tempo ed a luogo, come si deve e senza infrangere le regole del bon ton. Una campagna convenzionale, artificiale, falsa, che porta il rossetto ed è capace di mettere il frac. Per noi è rappresentata da Portici, da Castellammare ed altri simili: sobborghi, succursali di Napoli.
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Viene la cittaduzza di provincia, dove tante volte si ha una casa, parenti, amici, dove si vanno a passare venti giorni per amore o per forza. La città di provincia! roba oscura, grigia, pesante—pretensione di imitare la capitale senza arrivarci: quindi un tentativo di corso, un tentativo di banda ed un caffè dalla dubbia eleganza, in cui si prendono dei miscugli orribili. Nessun giardino, qualche orto molto lontano e anche piantato a cavoli e insalata, piante per nulla ombrifere. Si passano giornate lunghe, eterne, leggendo qualche volume disparato di un antico romanzo, sorbendo a centellini una noia che viene dal cielo, che emana dalla terra, che piove dalle vecchie e tristi mura. Qualche volta si esce per andare a camminare lungo la stazione, a veder passare quel grosso mostro sbuffante che trasporta tanti volti pallidi e melanconici. E si ha l'obbligo di andar vestiti per bene, di dover dare tutte le notizie, di sopportare cento domande insulse sulla città donde venite. E la sera l'oca, il giuoco di penitenza et similia; e non avete nemmeno il dritto di lagnarvi. Siete in villeggiatura, siete venuto a svagarvi! Dopo quindici giorni avete lo spleen, la nostalgia, e l'idea del suicidio si presenta con molta insistenza.