Per una più pacata contemplazione aveva egli compreso più tardi che tutte queste cose insieme formavano il molteplice incanto di lei; ma allora aveva anche visto che quella bellezza non era durabile. A giorni, a ore la magrezza delle guance pareva troppo grande; tutte le linee del viso s'alteravano come prossime a disfarsi; la carnagione, non più illuminata dalle fiamme interiori, era smorta; lo sguardo velato e quasi cieco. Ma queste improvvise oscurazioni che parevano lo scotto d'una bellezza troppo grande e quasi fuor dell'umano, lo avevano fatto tremar di paura, rivelandogli la minaccia che pendeva sulla vita di lei. Il sentimento d'ammirazione che la prestigiosa creatura destava nei momenti del suo massimo splendore mutavasi allora in sollecita pietà; e la pietà della fugace e peritura bellezza avvinceva il cuore di lui più saldamente che non potesse avvincerlo l'ammirazione per ogni altra bellezza superba e trionfante. Egli rammentava ancora le parole udite una sera lontana, quando, in uno dei troppi rari momenti di pace, sedotta dalla insistenza d'una folla giuliva, ella s'era messa al pianoforte. Musiche inebbrianti uscivano dallo strumento sonoro, e la misteriosa virtù della melodia disponeva l'animo di lui a tutta comprendere la sovrumana bellezza che per l'improvvisa animazione le sfolgorava in viso. A quel massimo grado di meraviglia egli sentivasi però umiliato e quasi offeso: quanto più stupenda ella era, tanto più inarrivabile doveva sentirla, tanto più mediocre e indegno doveva giudicare sè stesso. Ma come più il suo cuore chiudevasi dall'angoscia per la coscienza della troppa distanza che lo separava da lei, ad un tratto, senza che ella interrompesse l'esecuzione d'un Largo di Bach, la porpora delle sue guance impallidì, la meravigliosa purezza dei suoi lineamenti s'alterò e dissolse. In quel punto uno degli spettatori ch'ei credeva occupati da un sentimento eguale al suo proprio gli era venuto accosto per dirgli, additandola: «Non è un peccato, guardate? Senza queste improvvise mancanze, che bellezza perfetta! Sarebbe veramente stupenda, se non mancasse da un momento all'altro, così!…» Allora, repentinamente, l'angoscia e la tristezza s'erano dileguate; egli non l'aveva più sentita tanto alta e lontana da lui, ma tutta vicina e sua; perchè non il senso di rammarico che altri esprimeva, ma un impeto di tenerezza lo animava ponendo mente alla inferma, un sentimento di commossa pietà, un bisogno di prodigare alla vulnerata creatura tante cure gelose, un così vigile affetto, da compensare i suoi passati dolori, da risparmiarle i venturi.

Era egli riuscito in quest'opera?…

Anche una volta dal cielo delle memorie la sua attenzione rivolgevasi al circostante spettacolo. Le prime fiamme splendevano, aurate nell'ultimo crepuscolo, sulle rive e sulle pendici della Savoia; il fanale d'un battello, come una punta infocata, solcava le acque. Andarsene, fuggire, sparire: solo così egli avrebbe potuto evitare a lei ed a sè stesso altre pene. Di fuggire egli era stato tentato, quando il turbamento che lo vinceva anche a scorgerla da lontano gli diceva che fuoco lo avrebbe investito se l'avesse conosciuta da presso. E rammentava le lettere scritte in quei giorni per annunziar la partenza: lettere dove la tristezza della rinunzia a un'adorazione ch'ei presentiva formidabile si mascherava, si sfogava in accuse alla volgarità del luogo e dei suoi popolatori. Ma, deliberato di andarsene, era rimasto ancora, aveva continuamente rimandato il distacco gustando la mirrata dolcezza dell'ultima contemplazione; quando un giorno aveva potuto parlarle. Egli aveva potuto udire la sua voce: la voce sommessa, armonia lenta, musica velata, eco dell'anima profonda. Che sottile virtù era nelle sue parole; come ogni sua parola pareva inaudita, felicemente creata ad esprimere il pensiero recondito! Ed era rimasto, per udirla.

L'anima sua fu allora occupata dalla meraviglia. Egli non credeva possibile dipendere così da una creatura umana. Ripensando i suoi passati amori non rinveniva nulla di simile alla presente realtà. I suoi amori erano morti, interamente; ma non perciò egli ne negava la forza; essi non già gli parevano scialbi per quella natural legge secondo la quale i ricordi hanno più debole vita e importano meno delle impressioni attuali: la nuova apparizione trionfava per una tutta sua propria virtù, offuscava fantasmi ed imagini con la purezza della sua luce. Anche la meraviglia di lui cresceva per la subitanea fede risposta in un'anima che gli era tuttavia ignota. L'idea della bellezza associasi naturalmente alle idee contigue della bontà e della virtù, talchè nulla è più facile dell'attribuzione di queste doti alle belle creature; ma non era egli uso, oltre che a difendersi contro le troppo naturali e non ancora verificate deduzioni, a osservare altresì con tanta penetrazione gli altri, sè stesso e la vita da negare, come aveva negato, ogni prestigio? Pagava ora forse la lunga, strenua e disperata resistenza a tutte le lusinghe con la dedizione improvvisa? Ma la prova maggiore del mutamento operatosi in lui era questa: che non più come un tempo egli compiacevasi nei faticosi e infecondi esercizii dell'indagine intima, nelle continue alternative del dubbio; ma, senza discutere, quasi obbediva una volontà estranea e imperiosa. L'espressione di questa volontà era nello sguardo di lei che diceva: «Ama e vivi, credi e vivi, spera e vivi.» Egli uniformavasi al comandamento.

L'atto di fede compito attribuendo ogni pregio alla creatura d'elezione era quotidianamente confortato di prove. Poteva egli pensare d'essersi ingannato se al suo sentimento tutti partecipavano, intorno a lui? Parole di ammirazione erano su tutte le labbra; quale appariva in vista tale ella rivelavasi: tutta buona, dolce e pietosa, tutta piena di grazia. Come non parea fatta per la vita del mondo così intendeva costantemente al cielo lo sguardo e il pensiero. Quando egli la cercava, quando aveva bisogno di vederla, era sicuro di trovarla nelle case della preghiera, genuflessa, umiliata dinanzi a Dio. Quante volte, non visto da lei, era entrato negli insoliti luoghi! Che ore ineffabili vi aveva vissuto! All'idea che anch'egli una volta aveva creduto, al ricordo dell'anima ingenua che era morta in lui, alla speranza di poter credere ancora per essere più vicino a lei, per comunicare con lei, come aveva pianto di dolce tristezza e di trepida gioia!

Un giorno, da Evian, l'aveva guidata a una cappella dove celebravano una festa che chiamava a torme i credenti dai luoghi più lontani: anche egli aveva chinato la dubitosa fronte come tutti quegli umili, come lei; ma non soltanto per seguire l'esempio della fedele, per nascondere a un tempo il pianto che lo accecava. Un'altra volta, sulla montagna, ella erasi fermata dinanzi a una cappelletta alla porta tarlata della quale stava infissa la grossa chiave rugginosa; con la debole mano bianca cercava di schiudere quella porta, inutilmente. Egli stesso l'aprì, e nell'atto che schiudeva alla pia il varco del sacro luogo, egli pensava come grande fosse la secreta forza di quella debolezza apparente: quando la povera mano s'era stancata invano e pareva aver dovuto rinunziare all'intento, il muscoloso braccio era stato spinto a vincere per lei l'ostacolo. E allora egli aveva sentito struggersi dal bisogno di baciare quella mano addolorata, di baciarla devotamente sul dorso, di baciarla avidamente sulla palma; dal bisogno di sentirsi imporre la miracolosa mano sulla fronte infiammata. Non era la dolce mano soccorrevole e salutare? Non l'aveva egli vista un giorno medicare pietosamente un ferito, un infermo della cui insania morale tutti ridevano e che ella sola commiserava? Quell'uomo era caduto, grondava sangue; e alla vista del suo sangue, all'udire le sue parole più scomposte del consueto, le risa crudeli crescevano; ella sola, come una suora, aveva saputo medicarlo e guarirlo. La sua mano era soave ed agile, pronta e destra all'ufficio di carità, tutta animata da una vita prodiga di sè stessa; la sua mano era larga, pieghevole, venata e fresca come una foglia; nello stringerla nuda egli risentiva la freschezza d'una foglia polputa.

E i ricordi, i dolci luminosi imperituri ricordi lo incalzavano, nella sera serena, dinanzi al cielo verde come la speranza che ella aveva suscitata nel cuore di lui. Ella aveva spirato la vita nell'anima morta, ella era stata la vita dell'anima sua. Tutto ciò che ella credeva, le cose semplici, le cose buone, le cose eterne, erano state da lui finalmente credute. Ella aveva compito questo prodigio naturalmente, senza volerlo, con la sola virtù della sua presenza, come fa credere alla luce la vista del sole. Ella faceva il bene perchè era nata a farlo. E un sentimento nuovo, inaudito, incredibile, aveva occupato il cuore di lui, un sentimento che avrebbe dovuto essergli cagione di pena intollerabile, ma che invece egli sopportava rassegnatamente, quasi con gioia. Il cupido istinto voleva impossessarsi della miracolosa creatura, averla tutta per sè; la ragione riconosceva che ella non poteva essere distolta dal suo ufficio buono per amore d'un solo. Qual pazzo potrebbe sognare di prendere per sè tutta l'aria? Ed egli non era stato geloso sapendola d'un altro. Aveva pensato che, se era di un altro, ella doveva compiere un'opera fruttuosa; nessuno poteva biasimarla per questo, nessuno poteva distrarla dall'opera sua. Ella conosceva le secrete vie del cuore, sapeva le parole che leniscono e sanano, le parole soavi come un unguento. E l'uomo cui s'era unita aveva bisogno di soccorso; non proseguiva per vie sanguinose un intento inarrivabile? Non sospingeva a lotte tremende le anime miti con l'efficacia di un disperato esempio? Accanto a quell'uomo abbeverato d'odio, per cui la vita umana non aveva valore, che seminava di cadaveri il suo cammino, accanto a quell'uomo era il posto di lei. Nulla di nuovo aveva per lei l'ideale di giustizia e di pace in nome del quale colui levavasi in armi; ella doveva anzi difendere queste cose sante, tutelare la bellezza delle idee dalla contaminazione cruenta, convertire i fanatici, confortare i disperati. Ella era la ragione accanto al sofisma, l'umiltà accanto alla superbia, l'amore accanto all'odio; ella era la correzione del male, la sua vista era la consolazione del mondo…

Guardando intorno a sè, il giovane non sapeva ora più dove fosse. Ebbe bisogno di passarsi una mano sugli occhi prima di riconoscere la via di Belmont. Allora cadde sul parapetto della via, chiamando:

—Anima! Anima! Anima!…

Lo sconforto fremeva sordamente sotto la fede che gli dettava quell'invocazione. Egli non voleva e non poteva rassegnarsi alla mostruosa realtà; e un impeto violento di sdegno iracondo lo sollevava: torbide imagini e truci proponimenti gli accendevano lo sguardo e gli facevano stringere le pugna; disperate parole gli salivano alle labbra: