IX.

SPASIMO.

Gli anni passarono, e la contessa Fiorenza d'Arda, il principe Alessio Zakunine e Alessandra Natzichev si cancellarono a poco a poco dalla memoria degli uomini. I proprietarii dei Cyclamens avevano pensato dapprima di mutare il nome della villa temendo che il triste ricordo non impedisse che altri la volesse abitare; ma, alla nuova stagione, un Inglese la richiese espressamente per la curiosità destata in lui dal dramma di Ouchy. Due anni dopo fu presa da una famiglia americana che non sapeva della morte nè del processo, e così il nome rimase.

La baronessa di Börne, assidua frequentatrice della Casa di salute, riferiva ai nuovi venuti la storia, con molta ricchezza di particolari, e i nuovi venuti stavano ad ascoltarla, indifferenti a quelle cose passate delle quali non erano stati spettatori e infastiditi anche dal suo monotono eloquio. A poco per volta anch'ella se ne dimenticò.

Suor Anna Brighton doveva esser morta a Stonehaven; il nome della contessa d'Arda si cancellava dalla croce del cimitero della Sallaz. Del principe e della giovane nihilista nessuno seppe più nulla dopo la liberazione: sicuramente essi erano tornati alla loro propaganda. Ai loro amori, anche? Era probabile: dopo l'eroico tentativo di salvarlo, Alessandra Natzichev doveva aver vista ricambiata da Zakunine la passione che ella gli portava. I giornali, pieni una volta delle notizie relative all'accusa che li minacciava entrambi, non parlavano più di loro; altre storie di altre passioni occupavano il posto già tenuto dal dramma di Ouchy.

Più degli altri il giudice Ferpierre, nonostante i nuovi processi e i nuovi misteri proposti alla sua indagine, ne serbò memoria: troppo grave era stato il suo dubbio, troppo penoso il dispetto di non aver saputo veder chiaro in quell'intrico. Cercando di giustificarsi agli occhi suoi proprii, egli pensava che, dopo la lettura delle memorie della contessa e l'interrogatorio del Vérod, aveva visto ed affermato la verità; poi il ricordo delle esitazioni, dei sospetti, dei tentativi ambigui ed infelici lo confondeva. Come non s'era mantenuto nell'opinione che l'accusa era tutta una costruzione dell'odio del Vérod? Una specie di sordo e assiduo rimorso l'occupò lungo tempo all'idea di avere spinto una innocente a un sacrifizio terribile; poi quel suo errore si confuse con altri, egli pensò che non c'era stata altra colpa da sua parte se non quella d'uno zelo soverchio nell'accertare l'accusa, e così anche per lui la memoria di quei fatti si venne alfine perdendo.

Roberto Vérod diceva a sè stesso che anch'egli avrebbe dimenticato, ma il tempo tardava a produrre l'usato benefizio.

Certe volte, quando un nuovo pensiero lo toglieva alle dolorose memorie, egli tremava perchè il pensiero nuovo era senza fine più grave. Dinanzi all'evidenza egli aveva dovuto riconoscere il proprio torto, ammettere l'ingiustizia delle proprie accuse, convenire che solo l'odio glie le aveva suggerite. Dinanzi alla prova palese egli dava ragione al severo giudizio del magistrato, sentiva d'avere anch'egli contribuito alla morte dell'infelice; e il rimorso che un tempo gli era parso atroce, ora quasi gli parea lieve. Egli non solamente non tentava di scagionarsi, ma insisteva con una specie di cupa efficacia nel confessare l'errore, s'incolpava acerbamente, accresceva il peso della propria responsabilità per tentar di sottrarsi a un pensiero senza fine più molesto: invano. Egli voleva pensare che l'amor suo aveva uccisa quella donna, per non credere che ella ne era immeritevole.

Tutte le ragioni da lui addotte contro l'ipotesi del suicidio gli stavano nella mente, irrecusabili. Era credibile che ella si fosse uccisa senza lasciargli un ultimo saluto? Se aveva fede in Dio poteva ella uccidersi? Qualunque fosse l'ambascia nella quale era ridotta, nonostante i propositi di morte, sul punto di metterli in atto la sua mano non doveva tremare? Il suo braccio non doveva ricadere inerte al pensiero di lasciare il triste esempio a lui che aveva riconciliato con la vita? Uccidendosi, non lo uccideva?

«Questo è particolarmente grave, nell'amore: che ciascun amante non è responsabile degli atti suoi proprii, ma anche di quelli ai quali spinge la persona amata.»