Ieri ho scritto ad Enrico. Non gli ho toccato della brutta questione, perchè temo ch'egli prenda in canzonatura i miei consigli, ma gli esprimo il desiderio che egli venga a Milano. Mi ha risposto che si trova a Milano già da una settimana. In quanto al tornare, non dipende da lui. Finchè non avrà pagato il suo debito, non vuole che la gente dica che egli mangia il pane di suo padre. Così vive alla ventura, forse della carità degli usurai, ma spera di essere compatito. In fondo egli sente altamente di sè e quest'orgoglio non è soltanto figliuolo della caparbietà.
Povero Enrico! mi ricordo che un giorno sedevamo nel salone, io davanti al cavaletto, egli sdraiato nella grande poltrona, colla testa rovesciata sulla spalliera, con uno de' suoi romanzi nuovi spalancato sulle ginocchia, e occupato in apparenza a soffiare il fumo della sigaretta verso il soffitto. Si vedeva già che una grande tristezza lo tormentava. A vent'anni non gli pareva di trovare nella vita quel che la giovinezza ha il dovere di promettere e di mantenere.
—Tuccia—disse a un tratto con voce più gentile del solito—più diventi grande e più vieni a somigliare al ritratto della povera mamma.
—Davvero?
—Tal'e quale, la stessa fronte, lo stesso sguardo…. Ti chiameremo d'ora innanzi la nostra mammina.
Queste parole pronunciate quasi in aria di scherno mi fecero un grande effetto, e quando il giorno dopo scoppiò il terribile uragano fra padre e figlio, guardandomi nello specchio e vedendomi veramente un viso più pallido e più pensoso, mi parve che io somigliassi davvero a quel gran ritratto che ci guarda tutti i giorni dalla parete della sala da pranzo. Io sono la sola donna di questa casa, e qui dovrei rappresentare una parte che non fosse solo quella di una graziosa bambolina. Se la povera mamma fosse viva, avrebbe permesso che Enrico stesse lontano un mese da casa sua? avrebbe permesso che il babbo si rodesse in silenzio nel suo dolore? lascerebbe la sua casa sotto la tristezza di questi corrucci?
A che cosa serve il mio saper ricamare, il mio saper dipingere, se non so asciugare una lagrima? e perchè, come ci insegnano a superare una selva di crome e di biscrome, non ci insegnano anche l'arte di levare una spina dal cuore?
Alle giovinette che hanno la mano leggera e delicata dovrebbe essere insegnata la santa abilità di curare le ferite.
Io mi struggo in lagrime inutili, corrucciata della mia stessa incapacità, e lascio che i giorni passino, l'un dopo l'altro, senza saper trovare una di quelle felici invenzioni che mi facevano tanto orgogliosa della mia fantasia.
19 dicembre.