Appena usciti dal Pampus, si volge a sinistra e si passa a breve distanza dall’isola di Marken.
Marken è famosa tra le isole del Zuiderzee come Broek tra i villaggi della Nord-Olanda; ma con tutta la sua fama e benchè non disti che un’ora di barca dalla costa, sono pochi gli stranieri, e pochissimi gli Olandesi che vanno a visitarla. Così mi disse il capitano del bastimento accennandomi il faro della piccola isola, e soggiunse che, a suo credere, la ragione della cosa era che qualunque straniero arrivi a Marken, sia anche un Olandese, è seguito dai ragazzi, osservato, fatto oggetto dei discorsi di tutti, come un uomo cascato dalla luna. La descrizione dell’isola spiega questa straordinaria curiosità. È un lembo di terra largo mille, lungo tremila metri, che si staccò dal continente nel secolo decimoterzo, e rimase, ed è oggi ancora, nell’indole, nei costumi, nella vita dei suoi abitanti, tale quale era sei secoli sono. Il suolo dell’isola è poco più alto del mare, e circondato da una piccola diga, che non basta a salvarlo dalle inondazioni. Le case sono fabbricate su otto monticciuoli artificiali, e formano altrettante borgate, una delle quali,—quella che ha la chiesa,—è la capitale, e un’altra l’asilo dei morti. Quando il mare supera le dighe, gli spazi tra monte e monte si cangiano in canali, e gli abitanti vanno da una borgata all’altra colle barche. Le case sono di legno, alcune dipinte, altre incatramate; una sola è di pietra, quella del pastore, dinanzi alla quale si stende un piccolo giardino ombreggiato da quattro grandi alberi, che sono i soli dell’isola. Accanto a questa casa, v’è la chiesa, la scuola e l’uffizio municipale. Gli abitanti sono poco più d’un migliaio e vivon tutti della pesca. Fuor che il medico, il pastore e il maestro, tutti sono indigeni; nessun isolano si marita nel continente; nessun continentale si va a stabilire nell’isola. Tutti professano la religione riformata e tutti sanno leggere e scrivere. Nella scuola, che conta più di ducento ragazzi dei due sessi, s’insegna la storia, la geografia e l’aritmetica. La foggia del vestire, che dura inalterata da parecchi secoli, è uguale per tutti, e curiosissima. Gli uomini paiono soldati. Hanno una giacchetta di panno grigio oscuro, ornata di due file di bottoni, che sono per lo più medaglie o monete antiche trasmesse dal padre al figlio. Questa giacchetta entra come una camicia dentro un par di calzoni dello stesso colore, larghissimi intorno alla coscia, e stretti intorno alla gamba, di cui lasciano scoperta quasi tutta la polpa. Un cappello di feltro o un berretto di pelo, secondo la stagione; una cravattina rossa, le calze nere, gli zoccoli bianchi o una sorta di scarpe simili a pantofole, completano questo strano costume. Ma è anche più strano il costume delle donne. Portano sul capo un enorme berretto bianco della forma d’una mitra, tutto ornato di trine e di ricami, e legato sotto il mento come un casco. Da questo berretto, che copre completamente le orecchie, escono due lunghe treccie, che dondolano sul seno, e sporge una sorta di visiera di capelli, tagliata in linea retta poco sopra i sopraccigli, la quale nasconde tutta la fronte. La veste si compone d’un busto senza maniche e d’una gonnella di due colori. Il busto è rosso di porpora, coperto di ricami variopinti, che costano anni di lavoro, e che però si trasmettono di madre in figlia per parecchie generazioni. La parte superiore della gonnella è cinerina o azzurra, rigata di nero, e la parte inferiore di color bruno carico. Le braccia sono coperte sin quasi al gomito dalle maniche d’una camiciola bianca strisciata di rosso. Le bambine e i bambini sono vestiti presso a poco nella stessa maniera; le ragazze con qualche differenza dalle donne; i giorni di festa un po’ più riccamente che i giorni di lavoro. Tale è questo costume misto d’orientale, di guerresco, di sacro; e altrettanto strana che il costume è la vita degli abitanti. Gli uomini sono straordinariamente sobri e giungono a un’età molto avanzata. Partono dall’isola, la notte d’ogni domenica, sui loro battelli, passano la settimana pescando nel golfo di Zuiderzee, e ritornano il sabato. Le donne educano i figliuoli, coltivano le terre, fanno i vestiti per tutta la famiglia. Come le donne di tutte le altre parti d’Olanda, amano la pulizia e gli ornamenti, e anche nelle loro capanne si vedono tendine bianche, cristallami, coperte da letto ricamate, specchietti, fiori. La maggior parte muoiono senza aver visto altra terra che la loro piccola isola. Sono poveri, ma non conoscendo alcuno stato migliore del loro, e non avendo nè bisogni, nè desiderii che non possano soddisfare, ignorano la propria povertà. Fra loro non ci sono nè cangiamenti di fortuna, nè distinzioni di ceto. Tutti lavorano, nessuno serve. I soli avvenimenti che svarino la monotonia della loro vita sono le nascite, i matrimoni, le morti, una pesca abbondante, l’arrivo d’uno straniero, il passaggio d’un bastimento, una tempesta marina. Pregano, amano, pescano; tale è la loro vita, e così le generazioni succedono alle generazioni, conservando inalterata, come una sacra eredità, l’innocenza dei costumi e l’ignoranza del mondo.
Oltrepassata l’isola di Marken si vede sulla costa della Nord-Olanda un campanile, un gruppo di case rosse, e qualche vela di bastimento. È Monnickendam, villaggio di tre mila abitanti; altre volte città fiorente, che insieme con Hoorn ed Enckhuisen vinse e prese prigioniero l’ammiraglio spagnuolo Bossu, del quale le toccò per trofeo il collare del Toson d’oro; alle altre due città la spada e la tazza. Dopo Monnickendam, si vede il villaggio di Volendam; dopo Volendam la piccola città d’Edam, da cui ebbe il nome quel formaggio dalla crosta rossa, fama super aethera notus.
A questa città si riferisce una leggenda assai curiosa, rappresentata da un vecchio bassorilievo che si vede tuttora sopra una delle sue porte. Parecchi secoli fa, alcune ragazze di Edam, passeggiando sulla spiaggia, videro una donna di strano aspetto che nuotava nel mare e si fermava di tratto in tratto a guardarle con aria di curiosità. La chiamarono, s’avvicinò; le fecero cenno che uscisse dall’acqua, ed essa salì sulla riva. Era una bellissima donna, ignuda nata, e tutta coperta di limo e d’erbe germogliate sulla sua pelle come il musco sulla corteccia degli alberi. Alcuni credono che avesse la coda di pesce; ma un grave cronista olandese che afferma d’aver inteso raccontare il fatto da un testimonio oculare, dice che aveva le gambe come le altre donne. La interrogarono, non capì, e rispose con una voce dolcissima in un linguaggio sconosciuto. La condussero a casa, le raschiarono l’erba di dosso, la vestirono da donna olandese e le insegnarono a filare. Non si sa bene quanto tempo sia rimasta in questo nuovo stato, ma la leggenda dice che quantunque raschiata e vestita, si sentiva trascinata al mare da un istinto prepotente, e che dopo aver tentato invano parecchie volte di ritornare al suo elemento nativo, che le facevan la guardia con cent’occhi, un giorno finalmente vi riuscì, e nessuno ne ebbe più notizia. Di dov’era venuta? dov’era andata? chi era? Chi lo sa! il fatto è che sulle coste del Zuiderzee tutti parlano ancora della donna marina di Edam, e che a dire, come qualcuno l’osò, in un crocchio di contadini, che quella donna doveva essere una foca, c’è da buscarsi una presa di impertinente; e trovo che i contadini hanno ragione, perchè non si deve sputar sentenze su ciò che non s’è visto. Edam, ch’era anticamente una città floridissima, di più di venticinquemila abitanti, ha toccato la stessa sorte delle altre città del Zuiderzee, e non è più che un villaggio.
Andando da Edam a Hoorn non si vede quasi la costa, e perciò rivolsi tutta la mia attenzione al mare. Sul golfo del Zuiderzee si può osservare come in un immenso specchio la mobilità meravigliosa del cielo d’Olanda. È il più giovane dei mari d’Europa, e presenta veramente nel suo aspetto tutti i capricci, tutte le inquietudini, tutte le variazioni inaspettate e inesplicabili dell’età giovanile. Quel giorno, come quasi sempre, il cielo era coperto di nuvole che si squarciavano e si riunivano continuamente, in modo che nello spazio d’un’ora si succedevano tutte le variazioni di luce che nei nostri paesi si vedono appena nel corso d’una giornata. A momenti il mare si faceva tutto nero da parere un mare di pece, con una lontana orlatura bianca e luminosa, come una corrente d’argento vivo. Tutt’a un tratto, svaniva il nero, e il golfo diventava per immensi tratti verdissimo, come se si fosse coperto d’erba, e le traccie azzurre dei bastimenti rendendo l’immagine di canali, pareva di vedere galleggiare sulle acque delle praterie olandesi staccate dal continente. Poco dopo, tutto quel bel verde moriva in un giallastro fangoso che dava al golfo l’aspetto d’un pantano denso ed immondo, nel quale dovessero notare degli animali deformi e schifosi. Un momento si vedevano i campanili e i mulini della costa appena come ombre lontane a traverso la nebbia, e si sarebbe detto che in quel punto fosse notte e piovesse. Un momento dopo, i mulini, i campanili, le caso parevano vicinissimi e brillavano alla luce del sole come se fossero dorati. Accanto al bastimento, lungo le coste, in mezzo al golfo, era un continuo guizzare e sparire d’ombre, di luci, di colori, d’oscurità notturne e di chiarori meridiani, di minaccie di tempesta e d’aspetti ridenti, da far credere che tutto quel movimento avesse un perchè misterioso, un significato superiore all’intelligenza umana, degli spettatori invisibili, in alto, che lo dovessero capire. Qua e là si vedevano dei battelli colle vele nere che parevano parati a lutto per trasportare dei morti.
Il bastimento passò in vista della città di Hoorn, l’antica capitale della Nord-Olanda, dove si fece nel 1416 la prima grande rete per la pesca dell’aringa e dove nacque quell’intrepido Schouten che oltrepassò per il primo l’estrema punta meridionale dell’America; e poi si rivolse verso Enckhuisen. Su quel tratto di costa che corre fra le due città, si stende una catena di villaggi composti di casette di legno e di mattoni, coi tetti inverniciati e colle porte scolpite, dinanzi alle quali s’innalzano degli alberi col tronco dipinto. Di tutti questi villaggi, dal bastimento non si vedono che i tetti, i quali pare che emergano dall’acqua, o siano essi stessi tante casette prismatiche galleggianti. Il color rosso di questi tetti, qualche punta di campanile, qualche ala di mulino, sono i soli colori e le sole forme che svarino di tratto in tratto la linea della costa uguale e soavissima come il profilo d’un istmo infinitamente sottile. Poco prima di arrivare a Enckhuisen si vede la piccolissima isola d’Urk, che si crede formasse anticamente una sola isola con quella di Schokland, posta a breve distanza dalla foce dell’Yssel. Urk è ancora abitata, ed è l’isola prediletta dalle foche, che la notte svegliano gli abitanti russando; Schokland fu disertata pochi anni sono dagli isolani, che non la potevano più contendere al mare.
Il bastimento si arrestò ad Enckhuisen.