Come quest’Università abbia corrisposto alle speranze di Leida, è superfluo il dire. Tutti sanno come gli Stati d’Olanda v’abbiano attirato con larghissime offerte dotti di ogni paese; come la filosofia, scacciata di Francia, vi si sia rifugiata; come sia stata per molto tempo la cittadella più sicura di tutti gli uomini che lottarono per il trionfo della ragione umana; come sia diventata, in fine, la più famosa scuola d’Europa. L’Università attuale è in un antico convento. Non si può, senza un sentimento di profondo rispetto, entrare nella gran sala del Senato accademico dove si vedono i ritratti di tutti i professori che si succedettero dalla fondazione dell’Università fino ai nostri giorni: fra i quali Giusto Lipse, il Vossius, l’Heinsius, il Gronovius, l’Hemsterhuys, il Ruhneken, il Valckenaer, il grande Scaligero, che gli Stati d’Olanda fecero invitare a Leida per mezzo di Enrico IV; i due famosi Gomarius e Arminius, che provocarono la gran lotta religiosa definita dal sinodo di Dordrecht; il celeberrimo medico leidese Boerhaave, alle lezioni del quale assisteva Pietro il Grande, e accorrevano a lui malati da tutti i paesi del mondo, e gli era recapitata una lettera d’un mandarino chinese senz’altro indirizzo che all’illustre Boerhaave, medico in Europa.
Ora, questa gloriosa Università, benchè abbia ancora dei professori illustri, è decaduta; i suoi studenti, che furono in altri tempi più di duemila, son ridotti a poche centinaia; l’insegnamento che vi si dà non può più rivaleggiare con quello delle università di Berlino, di Monaco, di Weimar. Principalissima cagione di questa decadenza è il numero soverchio delle università olandesi (chè, oltre quella di Leida, ve n’ha una a Utrecht e una a Groninga e un ateneo ad Amsterdam); donde segue che i musei, le biblioteche, i professori eminenti, i quali raccolti in una sola città potrebbero formare una Università eccellente, sparpagliati come sono, non bastano ai bisogni. E non è da dirsi che l’Olanda non sia persuasa che una sola università eccellente le gioverebbe assai più che quattro mediocri; chè anzi da molto tempo ella domanda ad alta voce che questo si faccia. E perchè non si fa? O Italiani, consoliamoci: tutto il mondo è paese. Anche in Olanda, la patria propone e il campanile dispone. Le tre città universitarie gridano tutte insieme: Sopprimiamo;—ma ciascuna dice alle altre: Sopprimete;—e così si va innanzi senza sopprimere, continuando a sollecitare la soppressione.
Ma benchè decaduta, l’università di Leida è ancora la più fiorente dell’Olanda, in specie per i molti e ricchissimi musei dei quali dispone. Nè di questi però, nè delle biblioteche, nè dell’ammirabile giardino botanico sarebbe decente il discorrere, come solo io potrei fare, di volo. Non posso però dimenticare due cose curiosissime che vidi nel Museo di Storia Naturale: una ridicola e una seria. La prima, che si trova nel gabinetto anatomico (uno dei più ricchi d’Europa), è un’orchestra formata da una cinquantina di scheletri di piccolissimi topi, alcuni in piedi, altri seduti sur una doppia fila di banchi, tutti colla coda ritta, con violini e chitarre fra gli zampini, il libro della musica davanti, sigaro in bocca, fazzoletto, scatole da tabacco; e il capo orchestra che si sbraccia sopra una seggiola elevata. La cosa seria sono alcuni pezzi di legno corroso, bucherellato come la spugna, frammenti di palafitte e di battenti di cateratte, i quali ricordano il pericolo d’un’immensa sventura che corse l’Olanda verso la metà del secolo passato. Un mollusco, una specie di tarlo, chiamato taret, portato, si crede, da qualche bastimento reduce dai mari tropicali, e moltiplicatosi con meravigliosa rapidità nelle acque del nord, aveva corroso i legnami delle dighe e delle cateratte a tal segno, che per poco fosse continuato quel lavoro di distruzione, gli argini si sarebbero sfasciati e il mare avrebbe sommerso tutto il paese. La scoperta di questo pericolo gettò lo spavento nell’Olanda, il popolo accorse alle chiese, il paese intero si mise all’opera; si rivestirono di rame i battenti delle cateratte, si fortificarono le dighe pericolanti, si difesero le palafitte con chiodi, con pietre, con alghe, con muratura; e in parte con questi mezzi, ma specialmente grazie al rigore del clima che distrusse il terribile animale, la sventura creduta sulle prime irreparabile fu scongiurata. Un verme aveva fatto tremare l’Olanda: arduo trionfo, negato alle tempeste dell’oceano e alle ire di Filippo.
Un altro ornamento preziosissimo di Leida è il Museo Giapponese del dottor Siebold, tedesco di nascita, medico della Colonia olandese dell’isola di Decima; il quale, secondo narra una tradizione romanzesca, ottenne per il primo dall’imperatore del Giappone di entrare in quel misterioso impero, in ricompensa dell’avergli guarito una figliuola; o secondo un’altra tradizione più credibile, entrò in quel paese di nascosto, e non ne uscì che dopo aver scontato il suo ardimento con nove mesi di prigionia, e fatto pagar colla testa ad alcuni mandarini la colpa d’averlo aiutato. Comunque sia, il Museo del dottor Siebold è forse la più bella collezione di quel genere che si trovi in Europa. Un’ora passata in quelle sale è un viaggio nel Giappone. Vi si segue la vita d’una famiglia giapponese per tutto il corso della giornata: dalla toeletta alla mensa, dalle visite allo spettacolo, dalla città alla campagna. Vi si trovan le case, i templi, gl’idoli, gli altari portatili, gli strumenti di musica, gli utensili di casa, gli arnesi dell’agricoltura, i vestiari degli operai e dei pescatori; candelieri di bronzo formati da una cicogna ritta sopra una tartaruga; vasi, gioielli, pugnali lavorati con una delicatezza prodigiosa; uccelli, tigri, conigli, bufali d’avorio riprodotti piuma a piuma, pelo a pelo, colla pazienza propria di quei popoli ingegnosi ed immobili. Fra le cose che mi rimasero più impresse, è una colossale faccia di Budda, che a primo aspetto mi fece dare addietro, e che mi par sempre di vedermi dinanzi, con quella mostruosa contrazione e quell’inesprimibile sguardo tra di riso, di delirio e di spasimo, che desta ad un tempo lo schifo e lo spavento. Dietro questa faccia di Budda vedo ancora le marionette dei teatri di Iava, vere creazioni di cervelli in delirio, su cui l’occhio si stanca e la mente si confonde: re, regine e guerrieri mostruosi, misti d’uomo, di bestia e di pianta, con braccia che finiscono in foglie, gambe che terminano in ornati, fronde che si allargano in mani, petti che vegetano, nasi che sbocciano, visi traforati, occhi strambi, pupille nella nuca, membri rovesciati, ali di draghi, code di sirene, chiome di biscie, bocche di pesci, denti d’elefante, rughe dorate, colli a zig zag, tratteggiamenti, rabeschi coloriti, ghirigori, di cui nessuna lingua può dare un’idea, e che è impossibile ritener nella mente. Uscendo da quel Museo, mi parve di svegliarmi da uno di quei sogni febbrili nei quali si vede qualcosa che non si sa che sia, che si trasforma continuamente, con una rapidità furiosa, in altre cose che non han nome.
Non v’è altro da vedere a Leida. Il mulino in cui nacque il Rembrandt non esiste più. Delle case dove nacquero i pittori Dow, Steen, Metzu, van Goyen e quell’Otto van Veen ch’ebbe l’onore e la disgrazia d’esser maestro di Paolo Rubens, non si conserva alcun ricordo. Si può vedere ancora il castello di Endegeest dove soggiornarono il Boerhaave e il Descartes; questo per parecchi anni, durante i quali scrisse le sue principali opere di filosofia e di matematica. Il castello è posto sulla via che da Leida conduce al villaggio di Katwijk, dove il vecchio Reno, i cui varii rami si riuniscono in un solo uscendo dalla città, mette foce nel mare.
La seconda volta che fui a Leida, volli andar a veder morire questo meraviglioso fiume. Fino dalla prima volta ch’avevo passato il Vecchio Reno, in quella avventurosa passeggiata alle dune, m’ero soffermato sul ponte, domandando a me medesimo se quel piccolo ed umile corso d’acqua era veramente quello stesso fiume che avevo visto precipitare con immenso fragore dalle roccie di Sciaffusa, espandersi maestosamente in faccia a Magonza, passare in trionfo dinanzi alla fortezza di Ehrenbreitstein, sbatter l’onda sonora ai piedi delle Sette montagne; specchiar nella sua corsa cattedrali gotiche, castelli principeschi, colline fiorite, rupi aeree, rovine famose, città, boschi, giardini, per tutto carico di navi, sparso di barche e salutato coi canti e colle musiche; e pensando a queste cose, coll’occhio fisso su quel fiumiciattolo chiuso fra due sponde piane e deserte, avevo ripetuto più volte:—Questo è quel Reno?—Le vicende che accompagnano l’agonia e la morte di questo gran fiume in Olanda, sono tali veramente da destare un senso di pietà come si proverebbe per le sventure e la fine ingloriosa d’un popolo altre volte potente e felice. Fin dalle vicinanze di Emmerich, prima di varcare la frontiera olandese, egli ha perduto ogni bellezza di sponda, e scorre a grandi curve in mezzo a pianure vaste ed uggiose, che sembrano annunziargli la vecchiaia che comincia. A Millingen scorre già interamente nel territorio olandese. Poco più oltre, si divide. Il braccio maggiore perde vergognosamente il suo nome e va a gettarsi nella Mosa; l’altro braccio, insultato col nome di canale di Pannerden, scorre fin presso la città d’Arnehm, dove si biforca un’altra volta. Un braccio, con un nome d’accatto, si va a versare nel golfo di Zuiderzee; l’altro, chiamato ancora per commiserazione il Basso Reno, va fino al villaggio di Durstede, dove si divide per la terza volta: umiliazione ormai vecchia. L’un dei rami, cangiando nome anch’esso come un fuggiasco, va a gettarsi nella Mosa vicino a Rotterdam; l’altro, chiamato ancora Reno, ma col ridicolo soprannome di curvo, giunge faticosamente ad Utrecht, dove per la quarta volta si divide in due: capriccio di vecchio rimbambito. Da una parte, rinnegando il nome antico, si strascina fino a Muiden, dove sbocca nel Zuiderzee; dall’altra, col nome di Vecchio Reno, anzi, per maggior spregio, di Vecchio, va lentamente fino alla città di Leida, della quale attraversa le strade senza dar quasi indizio di movimento, e si riunisce in un sol canale per andar a morire miseramente nel Mare del Nord.