Da Naaldvijk ci dirigemmo verso il mare. Strada facendo, il mio cortese compagno mi spiegò chiaramente a che punto è in Olanda la quistione dell’insegnamento. Nei paesi latini la gente interrogata da uno straniero, gli risponde collo scopo di far veder che sa e che parla bene; in Olanda, badano piuttosto a farvi capir la cosa; e se non la capite alla prima, ricomincian da capo e ve la pestan nella testa fin che ci sia entrata intera e netta come ce l’hanno loro.
La quistione dell’insegnamento, in Olanda, è, come quasi tutte le altre, una quistione religiosa, la quale, alla sua volta, è la più grave, anzi l’unica grande quistione che agiti il paese.
Dei tre milioni e mezzo d’abitanti che conta l’Olanda, un terzo, com’è noto, son cattolici; centomila, circa, israeliti; gli altri protestanti. I cattolici, che abitano in grandissima parte le provincie meridionali, Limburgo e Brabante, non sono, come in altri paesi, divisi politicamente; ma costituiscono una sola legione clericale, papista, ultramontana,—la più fedele legione di Roma, come dicono gli stessi Olandesi;—in mezzo alla quale si vende la paglia su cui dorme il Pontefice, e si fulmina l’Italia dal pergamo e coi giornali. Questo partito cattolico, che non avrebbe gran forza per sè stesso, ne acquista moltissima dall’essere i protestanti divisi in un gran numero di sètte religiose: calvinisti ortodossi; protestanti che credono nella rivelazione, ma rigettano certi dogmi della Chiesa; altri che negano la divinità di Cristo, senza però separarsi dalla chiesa protestante; altri credenti in Dio, ma separati da ogni Chiesa; altri, e fra questi molti uomini di alto ingegno, che fanno professione aperta di ateismo. In questo stato di cose, il partito cattolico ha naturali alleati i Calvinisti, i quali, come credenti fervidissimi, e conservatori inflessibili della religione dei loro padri, sono assai meno profondamente divisi dai cattolici che da una buona parte dei loro correligionari, e formano, in certo modo, il partito clericale del protestantesimo. Ora negli Stati Generali vi sono da un lato cattolici e calvinisti, dall’altro un partito liberale, e fra questi e quelli una schiera ondeggiante che non consente una superiorità assoluta ad alcuna delle due parti. Il campo principale di battaglia fra i partiti estremi è la quistione dell’insegnamento primario, e questa si riduce, da parte dei cattolici e dei calvinisti, nel volere che alle attuali scuole, così dette miste, nelle quali non è dato alcun particolare insegnamento religioso perchè vi possano concorrere insieme cattolici e protestanti d’ogni dottrina; nel volere, dico, che a queste scuole, siano sostituite altre, mantenute pure dai Comuni sotto la direzione dello Stato, nelle quali si dia un insegnamento dogmatico. È facile comprendere la gravità delle conseguenze che porterebbe una tale scissura nell’educazione popolare, i germi di discordie e d’ire religiose, il perturbamento che nascerebbe, col tempo, dallo stringere la gioventù in gruppi di diversa fede. Sinora il principio della scuola mista prevalse, ma le vittorie dei liberali furono difficili; i cattolici e i calvinisti strapparono successivamente delle concessioni, e si preparano a strapparne delle nuove; il partito cattolico, in una parola, più potente ancora che il partito calvinista, uno, saldo, risoluto, acquista di giorno in giorno terreno; e non è inverosimile che riesca a conseguire una vittoria, benchè passeggiera, la quale provochi nel paese una reazione violenta. A tale son dunque le cose in quell’Olanda che lottò ottant’anni contro il dispotismo cattolico, e che ora ha gravi ragioni di temere in un tempo forse non lontano una guerra religiosa!
Malgrado questo stato di cose, che impedì finora l’istituzione, sollecitata dai liberali, dell’istruzione obbligatoria, e che allontana dalle scuole un gran numero di ragazzi cattolici, l’istruzione popolare, in Olanda, si trova in condizioni che qualunque stato europeo può invidiare. Proporzione fatta, vi son meno analfabeti che in Prussia. Di tutta Europa, come disse con giusto orgoglio uno scrittore olandese in altri giudizi severo verso la sua patria, è il paese dove le cognizioni indispensabili ad un uomo civile sono più universalmente diffuse. Mi fece una gran specie, una volta che domandai a un Olandese se nella classe delle donne di servizio ce n’era qualcuna che non sapesse leggere, sentirmi rispondere:—Eh sì; mi ricordo che vent’anni fa mia madre n’aveva una analfabeta; e se ne parlava come di una cosa strana.—Ed è un gran piacere per uno straniero che non sappia la lingua, in una città di Olanda, far leggere un nome sulla Guida al primo monello che gli capita tra i piedi, ed esser sicuro che intende e che s’ingegna d’insegnar la strada coi gesti.
Discorrendo di cattolici e di calvinisti arrivammo alle dune, e benchè fossimo a un trarre di mano dalla spiaggia, non vedevamo ancora il mare. “Strano paese l’Olanda,” dissi al mio amico; “in cui tutte le cose giuocano a rimpiattino! Le facciate nascondono i tetti, gli alberi nascondono le case, le città nascondono i bastimenti, gli argini nascondono i canali, la nebbia nasconde i campi, le dune nascondono il mare.”—“E un giorno o l’altro,” mi rispose l’amico, “il mare nasconderà tutto, e sarà finito il giuoco.”
Passammo le dune e ci avanzammo nella spiaggia dove si fanno i lavori preparatorii per aprire il canale di Rotterdam.
Due dighe, una lunga più di mille duecento metri, l’altra più di duemila, e distanti un chilometro tra loro, si avanzano nel mare, in direzione perpendicolare alla spiaggia. Queste due dighe, costruite per proteggere l’entrata dei bastimenti nel canale, sono formate da parecchi ordini di palafitte enormi, di blocchi smisurati di granito, di fascine, di sassi, di terra, e hanno la larghezza di dieci uomini schierati di fronte. Il mare, che le flagella di continuo, e le copre in gran parte durante l’alta marea, ha vestito interamente pietre, travi e fascine d’uno strato fittissimo di conchiglie nere come l’ebano, che da lontano paiono un immenso tappeto di velluto, e danno a quei due giganteschi baluardi un aspetto severo e magnifico, come d’un paramento guerresco spiegato dall’Olanda per celebrare la sua vittoria sull’oceano. In quel momento, montava la marea, e ferveva la battaglia intorno all’estremità lontana delle dighe. Non si può dire la rabbia con cui le onde livide si vendicavano dello scherno di quelle due smisurate corna di granito che l’Olanda appunta nel seno del suo superbo nemico. Le palafitte e i massi erano sferzati, morsi, schiaffeggiati da ogni parte, sorvolati da ondate sdegnose, sputacchiati da una pioggia vaporosa che li nascondeva come un nuvolo di polvere; ravvolti da ringorghi contorti come serpenti furiosi; percossi, anche i lontani dalla lotta, da spruzzi inaspettati e lunghissimi, come avanguardie impazienti di quell’esercito infinito; e intanto l’acqua saliva e si avanzava costringendo gli operai più lontani a indietreggiare a mano a mano.
Sulla diga più lunga, non molto lontano dalla spiaggia, si stava piantando delle palafitte. Alcuni operai sollevavano a gran fatica, per mezzo d’un apparecchio a carrucole, dei blocchi di granito; e altri, a dieci, a quindici insieme, rimovevano vecchie travi per far posto alle nuove. Era bello a vedersi il contrasto tra la furia delle onde che flagellavano i fianchi della diga, e la calma impassibile di quegli uomini che pareva quasi un’espressione di disprezzo per il mare. Mi passò per la mente che dicessero in cuor loro, come il marinaio dell’orca dei Comprachicos nel romanzo di Vittor Hugo: “Muggi, vecchio!” Un vento, che agghiacciava le carni, faceva ondeggiare sul viso di quei bravi olandesi i loro lunghi riccioli biondi, e gettava tratto tratto ai loro piedi e sui loro vestiti degli spruzzi di schiuma: sciocche provocazioni, alle quali non rispondevano neanche collo sguardo.
Vidi piantare nel mezzo della diga una palafitta, un grossissimo tronco d’albero acuminato all’una delle estremità, e rizzato in mezzo a due travi parallele, fra le quali una macchina a vapore faceva scorrere un enorme martello di ferro. La palafitta doveva farsi strada a traverso parecchi strati fortissimi di fascine e di sassi; eppure, ad ogni colpo di quel formidabile martello si profondava spezzando, lacerando, stritolando, per più d’un palmo dentro la diga, come sarebbe penetrata nella terra. Ciò nondimeno, tra l’apparecchiare e il piantare, l’operazione durò, per quella sola palafitta, quasi un’ora. Io pensai alle migliaia ch’erano state confitte, alle migliaia che si dovevan configgere, alle interminabili dighe che difendono l’Olanda, a quelle infinite che furon rovesciate e ricostruite, e abbracciando col pensiero, per la prima volta, la grandezza favolosa di quel lavoro, provai un senso di spavento che mi fece rimanere lungo tempo immobile e senza parola.