—Che talento!—esclamò la sindachessa, stimando necessario di dar lei l'intonazione ai giudizi dei suoi amministrati, o di suo marito, che poi è tutt'uno.—Per il possesso di scena, par proprio un'attrice.

—Pare la Madonna;—diceva più in là una ragazza modestamente vestita.—Ce ne saran voluti, dei biglietti da cento, per coprirla di merletti a quel modo!

—Che fior di farina!—gridava anche più in là, nella calca, il mugnaio del paese.—Di quella roba lì non se ne trova mica a sacchi. Che cosa ne dite voi, Giacomino?

—State zitto; la mangerei;—rispondeva Giacomino, il panattiere.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Tra il talento di attrice scoperto dalla sindachessa, l'effetto di una ricca abbigliatura che faceva morir d'invidia le ragazze del paese, e quello d'una bellezza innegabile che destava istinti d'antropofago perfino nel più interessato apostolo della nutrizione vegetale, il prologo andò a vele gonfie. Seguì ancora una suonata della banda, con assòlo di tromba a pistoni; chetato il quale, si ebbe una mandolinata delle tre Berti, tanto carine e meritamente applaudite, colla domanda del bis: domanda che fu tosto esaudita, ma variando il pezzo, secondo l'uso dei concertisti che si rispettano. Da capo, finito il terzetto delle mandoliniste, volle rumoreggiare la banda, con un centone di pezzi della Norma, dove non mancò la "Casta diva" nè il suo contrapposto del "Guerra, guerra". Quello era il momento buono per metter mano all'armi. Discese Filippo Ferri sul tavolato, e lo seguì Enrico Dal Ciotto. Terenzio Spazzòli, uomo tagliato a tutti i grandi uffici, con molta dignità prese a tenere la smarra. L'assalto è, per consenso universale, assai bello; non già perchè i Corsennati siano intendenti in materia, ma perchè assistono per la prima volta ad uno spettacolo di quella fatta. Il povero Dal Ciotto ha più audacia che perizia di schermitore: ha preso una bottonata, due, tre, senza collocarne una delle sue; quattro, cinque e sei, con eguale risultato. Ma qui Filippo Ferri si è mosso a compassione; ha un po' rallentato il suo giuoco, e si è fatto toccare ad un braccio; più di striscio, in verità, che di punta; ma s'è affrettato ad accusar ricevuta. Pare ad Enrico Dal Ciotto di potersi rifare; ne busca una settima, e si dà allora per vinto.

—Son proprio fuori d'esercizio;—conchiude, rivolgendosi alle signore.—Ma sono felice ad ogni modo di aver fatto brillare il giuoco del signor Ferri; un giuoco veramente magistrale.—

Bravo satellite! Così mi piaci; senza rancore, con un granellino di spirito, che non avrei immaginato mai, e che son lieto di riconoscere.

Si domanda il bis; ma Enrico Dal Ciotto è stando, e non lo concede.

—Si provi Lei;—mi dice la signorina Wilson, che è seduta ai primi posti, e che non dubita di rivolgermi il discorso, quando c'è gente.

—Volentieri;—le rispondo;—per farmi battere.—