—Prima di tutto, la contessa non è il mio angelo; in secondo luogo non so niente da lei.—

Le ho resa la botta dell'inglese, ed ella ne è rimasta un po' sconcertata. Ma non più; si parte finalmente. La contessa mi vuole nella sua giardiniera, forse in premio della storia del frate e dell'invito al concerto musicale di Dusiana. Galatea, ch'era già salita con lei, non ha più modo di andarsene. Quanto a me, non accetterei; ma ci ho qui i miei tre noiosi; voglio averli sotto mano e patullarmeli anch'io, se mi riesce. Filippo, per non destar gelosie, va nell'altra giardiniera colle Berti. La contessa Adriana, in verità, ci ha perduto molto nel cambio. Son nervoso, irrequieto, fastidioso, pronto all'attacco, più pronto alla risposta, non lascio passar niente a nessuno; e mi sopportano tutti, perfino il Dal Ciotto, che due volte minacciato ricusa il ferro e dà indietro. La contessa, con ammirabile pazienza condita di grazia, mette pace da per tutto. Ah che giornata! che giornata d'alti e bassi, come tutte le giornate della misera vita! Ma per tutti gli Dei infernali, io non sono mai stato così poco contento di me, come quest'oggi.

—Ricapitoliamo;—ho detto a Filippo, quando finalmente ci siamo trovati soli al Giardinetto.

—Ricapitoliamo;—m'ha egli risposto.—Quanto a me, ti confesserò che ho passato una buona giornata, lasciandomi vezzeggiare e osservando la mia gente. Mi sono trovato bene, come un pesce nell'acqua.

—Ed io come un pesce nell'olio.

—Friggendo, non è vero? Ti ho ben visto qualche volta. E non hai avuto occasioni di rompere con nessuno?

—Le ho cercate, ma ho fatto fiasco. Ho detto a Enrico Dal Ciotto che si chiamano decadenti in arte solamente quelli che non sanno star ritti; ed egli non è andato in collera. Gli ho detto che le cravatte larghe le portano i petti stretti e mal formati….

—E lui?

—Mi ha risposto ch'era in tutto e per tutto della mia opinione.

—Ah! quello è il più duro dei tre. E gli altri?