Bartolomeo tremò, nullameno si affrettò a negare.

— La Patti vi ha stregato, me ne sono accorta, non importa che facciate degli sforzi per negarlo, perchè anche l'altra sera me ne avvidi alle prime parole. Cosa volete farvene di una povera corista come me dopo una prima donna come lei? Avete ragione: tutto il pubblico dalla vostra parte. Io non sono mai stata una prima donna. Zitto! — esclamò vedendo che voleva interromperla... — Che cosa vuol dire? che ritorniamo come prima: voi non avete mai sentito nulla per me, e se io non posso dire altrettanto per voi — aggiunse con un tremito nella voce — la colpa sarà tutta mia. Delle sciocchezze al mondo ne facciamo tutti: benedetto chi non le paga. Lasciate stare; qui le parole sono di più, ci siamo capiti. Voi avete delle pretese, che io non posso soddisfare: se lo sapessi, non sarei costretta a menare la vita che meno. Dunque voi farete a modo vostro come avete sempre fatto, e se non mi volete più vedere in cucina, ditemelo.

— Ma io...

— Non siete voi il padrone?

— Andate là, andate là...

Ella afferrò la cocoma, e gli volse le spalle con quel gesto di bonomia rassegnata, che fa tanta impressione in certi momenti.

Bartolomeo rimase prostrato. Al caffè trovò i soliti avventori che parlavano della Patti leggendo gli addii dei giornali: uno propose di andare alla stazione per vederla, che ci sarebbe chi sa quanta gente, ma il cameriere bene informato assicurò che era partita per Roma colla corsa delle otto. I discorsi seguitarono su quel tema, poi gli avventori si dispersero ognuno dal proprio canto. Bartolomeo rimase solo. Era una giornata umida di primavera. Egli si avviò a testa bassa sotto i portici meditando sul proprio caso, ma non aveva fatto cento passi che se lo era scordato entro la tristezza del tempo. Quindi tornò alla Patti e, soffrendo per causa sua, entrò poco a poco nel carattere dell'innamorato. Mentre ella seguitava la strada dei trionfi, egli più povero ed abbandonato di prima cominciava a morire in quella giornata senza sole, umida e solitaria. Non sapeva nè dove stare, nè dove andare. Le gambe lo portavano ai giardini, ma non sarebbe possibile rimanervi: i nuvoloni crescevano in cielo. Si rimise a riflettere sul celibato impostogli per una metà dalla sua posizione sempre troppo incerta e per l'altra dall'avarizia dell'egoismo, che lo lusingava di vivere sempre colla medesima forza. Adesso egli non apparteneva a nessuno, non poteva attaccarsi a nessuno. I suoi amici di una volta erano già tutti vecchi ed accasati; i giovani li vedeva qualche sera dopo il teatro, e ridevano; ma se domani si fosse ammalato non avrebbe ricevuto una visita, non avrebbe avuto una mano per curarlo. Ebbe paura. I giardini erano bruni e deserti, qualche monello sfuggito di bottega o di scuola, o qualche altro abbandonato come Bartolomeo vi vagolavano: i giardinieri erano scarsi e non zufolavano come al solito. Sedendosi sopra uno dei sedili artificiali di gesso, gli sembrò che fosse bagnato. Il Brunetti resterebbe chiuso forse per una settimana; dove passare la sera? Allora sentendosi cadere addosso i brividi delle fronde intirizzite, pensò per la centesima volta alla Patti. L'eco solo del suo nome pronunciato a bassa voce lo riscuoteva. Si scaldò un istante alla sua visione, poi rincantucciandosi in un angolo di quella vita, che riempiva tutto un mondo, si compiacque a seguirne il pellegrinaggio imperiale. Almeno ella era felice. Gli pareva di essere diventato come del suo seguito, un fagotto di quei moltissimi, che si portava sempre dietro, e sui quali chi sa quante volte chinava la testa per dormire. Rimase molte ore nel giardino, cercando d'incontrarsi in qualcuno; quindi tornò in città, annasò ancora in qualche caffè e, non imbattendosi in anima viva, pensò di andare a pranzo. In tanta ruina il suo stomaco era ancora intatto. Sciaguratamente tornò alla trattoria del giorno innanzi, dove il cameriere lo accolse colle solite chiacchiere; il pranzo gli parve detestabile: la sera per disperazione egli, che abbominava il teatro come suonatore d'orchestra, andò al Corso. I discorsi della Patti lo seguivano dappertutto, l'aria pareva vibrare ancora delle sue note. Lo spettacolo, una commedia, gli sembrò incomprensibile; quando la gente se ne andò, uscì macchinalmente egli pure. Per istrada incontrò Bodoni col paletot di crema, che salutandolo senza fermarsi gli ravvivò tutti i pensieri del mattino sulla miseria dell'isolamento. Dovette andarsi a casa; qui lo aspettava un secondo stringimento di cuore. La cucina era assettata, la sua camera era tornata al solito aspetto di ordine e di decenza, rifatto il letto, chiusi i cassetti del comò, le scarpe lustrate sul baule, il portacatino colla brocca pieno d'acqua al suo posto; ma l'Adelaide non c'era. Se ci fosse stata e avesse solamente aperto bocca sarebbe scoppiato a piangere come un bambino. Invece si coricò e per colmo di stranezza, egli, che non l'aveva mai fatto per riguardo alle lenzuola, caricò ed accese la magnifica pipa. E allora col caldo del letto e col fumo del tabacco, le due voluttà, che maggiormente li attirano, i sogni della Patti tornarono a riempirgli la camera. Nell'altra Adelaide dormiva pacificamente.

Così durò molti giorni. Siccome ella aveva smesso di farsi il caffè la mattina, Bartolomeo non vide più l'Adelaide. Sulle prime non indovinò, poi aprendo a caso la madia, gli cascò la mano sul vaso del caffè, e lo sentì vuoto: forse la povera donna non aveva denari per comprarne. Egli fremè ed uscì per riempirlo; ma per quanto vi si scervellasse quel contegno gli riesciva inesplicabile. Mise il caffè nella madia, e attese lungamente nella cucina, se la sentisse rientrare. Giorno per giorno l'Adelaide gli assumeva nella coscienza una grande dignità di carattere, e se al principio gli era stata simpatica per i modi aperti, adesso gli diventava rispettabile come una dama. Aveva maritato bene la figlia e non volendo esserle a carico, come diceva lei, s'ingegnava in mille lavori: non era più giovane, ma tuttavia abbastanza ben mantenuta per ispirare qualche cosa ad un uomo.

Chi sa se non c'era molto cuore sotto quelle sue bruscherie, e dentro quella sua vita troppo spalancata. Alle volte il lepre sta dove meno si pensa. D'altronde in quei cinque o sei mesi egli non aveva avuto a lagnarsi di lei, nè come donna, nè come massaia. La vivacità dei suoi discorsi rendeva anche più saporiti i pranzetti, che sapeva fare con sì poca spesa; e qui Bartolomeo, guardando la fiamminga della minestra asciutta, si ricordava il proprio piatto prediletto, recato da lei all'ultima perfezione, un ricordo di Napoli, dove il grande Bottesini lo aveva una sera invitato a cena. Erano maccheroni all'acciugata, che a Bologna avevan dovuto diventare vermicelli senza troppo scapitarne. Si rammentava come l'Adelaide li riserbasse per il venerdì, giorno nel quale, malgrado tutte le bravate, voleva assolutamente mangiare di magro; e soleva farli seguire da alcune cotolette di tonno alla graticola, un tonno, che pareva a quel modo tutt'altra cosa.

Ma l'Adelaide non si vide.