Allora barcollando, metà ebbro e metà svenuto, andò tastoni verso il letto, e vi cadde. Ansimava, gli battevano i fianchi, gli sibilava il respiro. Tutto l'impeto di quella convulsione gli si addensava in una necessità di pianto, che gli gonfiava il petto, martellandogli il cranio. Furono pochi minuti di uno sforzo e di uno spasimo supremo. Era caduto bocconi sul letto colle braccia distese sul cuscino, le gambe floscie, che gli tremavano.

Ad un tratto gli mancarono, e cascò pesantemente per terra. Non gridò nemmeno, ma poco dopo s'intese un rantolo.

Non aveva potuto piangere...


Se andate al manicomio di Bologna l'illustre professore Roncati vi mostrerà un pazzo interessante. È un bel giovane biondo, coi capelli lunghi, la fisonomia nobile e triste. Il professore, che aveva avuto l'idea di un'orchestra, voleva farne di lui il direttore; ma Giorgio si scusò, spiegandogli a lungo l'impossibilità di ottenere qualche cosa di buono con simili elementi.

— Ma ho tutti gl'istrumenti — insisteva il professore.

— La musica è un accordo di pensieri prima che d'istrumenti. I pazzi non si accorderanno mai.

— E tu sei pazzo? — gli aveva chiesto ridendo.

— Non lo so: gli altri sono senza testa, io invece sono senza cuore.

Ecco la sua pazzia; dice che non lo ha più, e non si ricorda dove lo abbia perduto. Ma se gli fate osservare che gli batte sotto la terza costola sinistra, egli vi guarda con due grandi occhi, fa un pallido sorriso, e ripete invariabilmente: