Frattanto in quella villa e in quella vita di agiatezza raffinata Giorgio si svestiva della prima ritrosia. Tutti parlavano bene l'italiano ed amavano l'Italia: avevano servitori e carrozze, cavalli da sella e due bei cani da caccia. Giorgio era invitato a pranzo quasi tutti i giorni, lo tempestavano di biglietti, lo soffocavano di cortesie. Egli lasciava fare. La mamma sedotta dal suo aspetto aristocratico e da quel suo abbandono misterioso nel mondo voleva essere la sua nonna: il padre lo portava seco a caccia, e gli parlava delle Ande a proposito dell'Appennino, Mary diventava sempre più buona. Sul principio aveva avuto delle maniere piene di bruscherie, che lo irritavano, quando pigliandolo improvvisamente dentro una frase insidiosa voleva penetrare nel secreto della sua vita. Giorgio si vergognava di essere povero e plebeo. Poi poco a poco divenne malinconico, e cominciò a sottrarsi a qualche pranzo, ad evitare qualche scampagnata. In paese non compariva quasi più, o scansava studiosamente il gran caffè, dove lo dicevano già innamorato. Infatti lo era e al punto, che toccando raramente il violoncello, non suonava più che quell'ultima romanza.

Giorgio non aveva suonato alla villa se non per accompagnare Mary nell'Ave Maria del Gounod, la quale naturalmente egli giudicava molto al disotto dell'altra del Cherubini, o dell'Arcadet a sole voci. Ma la signora Edvige, la mamma, che non conosceva queste ultime due, ed era fanatica del Gounod, aveva troncato sdegnosamente a mezzo tutti i paragoni. E una notte, quando Giorgio suppose che i genitori dormissero, avendo veduto il lume alla finestra di Mary, aperse il piccolo cancello del bosco sempre socchiuso, e venne a nascondersi nell'ombra di una siepe col violoncello. La notte era molto buia. Egli attese lungo tempo, poi suonò la romanza «A te» con tale passione, che alla fine gli venne da piangere, e dovette scappare. Gli era parso di sentirsi a mezzo la romanza chiamare dalla voce dell'Anna. L'indomani non osò presentarsi alla villa, quell'altro giorno nemmeno, finchè ricevette una lettera di Mary e della signora Edvige, le quali, fingendosi scherzosamente inquiete sulla sua salute, gliene domandavano novelle, e lo invitavano a pranzo.

— Di chi è quella romanza, che avete suonato l'altra sera sotto le mie finestre? — gli chiese improvvisamente Mary.

— La signora Edvige ha sentito? — egli susurrò a precipizio.

— Ma certo — rispose Mary con indifferenza —: scommetterei che è la vostra.

— Appunto.

— Andate a prendere il violoncello e tornate subito a suonarcela — disse con quell'affettazione d'impero, che andava così bene al suo visetto.

Dovette ubbidire, se non che avendo paura non la suonò come quella notte.

La signora Edvige e il padre lo guardavano, Mary era distratta. Quando Giorgio ebbe finito, dopo i soliti complimenti dei due vecchi, Mary s'impossessò della musica. Giorgio, che rimetteva già l'istrumento nella cassa, tese la mano; ma ella guardandolo arditamente:

— Non è per me? — domandò.