Quando il direttore fu andato via:

— Vuole che suoni la sua musica, ecco perchè!

— Eppoi se non è bella, mi darà la colpa — ruppe improvvisamente Giorgio.

— Come siamo superbi! — rispose Gaspare, che in fondo divideva il dispetto del ragazzo per la freddezza del direttore; ma fortunatamente tutto andò per la meglio. Giorgio accettò di suonare quel concerto, una povera imitazione di Vieuxtemps, aggiungendovi un'elegia di Fumagalli, e la sublime romanza del Tannhauser. Per un ragazzo era fin troppo. Aveva un mese di tempo, Gaspare s'incaricava di tutto.

— Tu studia e lascia fare.

Fu convenuto che Giorgio per quel mese non andrebbe a bottega; Gaspare avviserebbe il padrone, e l'Anna non ne saprebbe nulla fino all'ultima sera.

Giorgio doveva passare tutte le giornate in casa di Gaspare studiando.

Allora tutta la sua espansione cessò. Colla precocità di tutti i grandi artisti egli intuiva di già la vita in ogni rapporto coll'arte: quel concerto doveva essere la sua prima e più importante affermazione. Bisognava stordire il mondo per regnarvi poscia. La musica era la più grande delle arti, il violoncello il migliore degli strumenti. Egli lo sapeva e tutti lo dicevano, ma, appunto per questo, guai se non arrivasse ad esprimersi come sentiva, a far piangere come aveva pianto tante altre volte suonando!

Egli non sapeva ancora darsi la formula della perfezione, che sognava, e nella quale dovevano sparire scrittore e suonatore, partizione e strumento, la nota diventare una parola, e la parola un verbo. Allora solamente la musica era musica, quando diceva ciò che tutte le altre arti non possono, e parlando un linguaggio intelligibile a tutti, quantunque intraducibile per ognuno, ricordava alla coscienza ciò che essa non ha mai saputo, ma forse sempre presentito.

Giorgio sentiva tutto questo in confuso e, se non misurava sempre l'altezza cui la passione dell'arte lo spingeva, ne aveva già le vertigini e il freddo. Più spesso lo sviluppo del linguaggio musicale lo preoccupava dolorosamente. Egli lo avrebbe voluto col rilievo della plastica e la luce dei colori: quindi il pianoforte, colle sue note già fatte, di una misura e di un accento immutabile, non era per lui nemmeno un istrumento. Invece il violoncello aveva tutti i fremiti della carne e le vibrazioni del pensiero: ma come la parola parlata, la sua parola ritmica doveva dir tutto e mostrar tutto. Da qual cuore usciva dunque quell'elegia di Fumagalli? Era il primo singhiozzo, o l'ultimo rantolo del dolore? Quelle lagrime cadevano colla rugiada dell'alba, o con quella della sera? Gli occhi avevano la profondità del cielo o quella del mare, cerulei o neri? Cercavano in cielo, o scrutavano sotto terra? Quando egli suonava quell'elegia gli pareva di vederne la donna, conosceva il suo dramma, udiva la musica nel suo cuore, e la ripeteva sul violoncello senza sapere come o perchè.