— Noi avremmo oggi un senato più numeroso della camera, pieno di grandi nomi e di uomini superiori; amministreremmo tutto il paese, e non vi sarebbero ladri nell'amministrazione; serviremmo nell'esercito, e i nostri contadini si batterebbero come leoni col loro signore alla testa. Avremmo un re, che sarebbe nostro pari, come un presidente repubblicano è pari con tutti i cittadini; tutte le glorie e tutte le grandezze, anche il papato, che avremmo subordinato alla patria, come fece sempre Venezia. Ma Venezia era un'oligarchia, e l'oligarchia è la nobiltà nel patriziato. Invece abbiamo degli ufficiali, che si arruolano per trenta scudi al mese; dei deputati, che speculano sul loro mandato; dei consigli comunali, che sono camorre; dei saloni, i nostri saloni, che paiono sale d'ospedale, dove si raccolgono tutte le anemie del corpo e le tisi dell'anima. Confessate, voi, che non avete la goffaggine di essere uno dei soliti liberali, che era un bel sogno!

— Bello come l'impossibile, che è la grande tentazione dei tiranni e delle donne. E voi adesso, invece di essere qui, sareste a Roma, nel vostro palazzo che sarebbe una reggia, più regina della moglie del re, perchè l'impero della donna è di inspirazione e di influenza, e bisogna essere unicamente donna per averlo. Madame Recamier ebbe un impero ben più vasto di madama Staël. Come le principesse del rinascimento avreste la vostra corona di poeti e di scienziati, di politici e di capitani; sareste un idolo ed un oracolo; gentile come Lucrezia Borgia e terribile come Caterina Medici, riverita come Vittoria Colonna e amata come Imperia. Il vostro salone sarebbe un olimpo, il pantheon di tutte le grandezze, il tempio di tutte le glorie. Avreste le spade di Vittorio e di Garibaldi nella stessa panoplia, le bandiere della Cernaia e di Montevideo, di Goito e di Calatafimi nello stesso trofeo. Nel vostro circolo avrebbero discusso Curci e Gioberti, Cavour e Mazzini, e verrebbero adesso a stringersi la mano papa Pecci e re Umberto, mentre Morelli vi cercherebbe una testa di madonna, Boito penserebbe al suo Nerone, Carducci ad un'ode pagana, e Vera, il grande hegeliano, mostrerebbe ad Ardigò, il nuovo positivista, il trionfo del proprio sistema sul vostro, la necessità dei contrari e la loro fusione.

Ma ella non mi ascoltava nemmeno. Si era abbandonata nuovamente sul divano, la faccia immobile in un pensiero. La eletta e delicata vigoria del suo corpo si esprimeva in quell'attitudine con una potenza, che faceva ricordare il sublime ritratto di Agrippina; ma il suo viso più corretto nelle linee si dilatava alla fronte per una più vasta vita cerebrale. I suoi occhi, grandi e tagliati a mandorla, avevano una profondità dolcemente appannata, come a certe ore del mattino l'aria vela tremolando la cavità di una forra. Le sue spalle erano larghe e il suo seno ampio, benchè la cintura le serrasse troppo la vita, divenuta eccessivamente sottile sotto la pressione continua della moda. A che pensava in quel momento donna Augusta? Le dicerie sulla sua relazione con quell'illustre defunto, che l'Italia ha già dimenticato, e che passò attraverso il Parlamento come una cometa fra una folla di astri minori, mi ritornarono allora nella memoria. Quelle idee, frammenti di un antico mondo, colle quali uno spirito audace aveva forse sognato di ricostruirne un altro, e che ella gettava alla rinfusa contro la società moderna, come un grande artista si divertirebbe amaramente a scagliare negli ornati gessosi dei nostri edificii i rottami di un antico cornicione in terra cotta, mi parvero come le reminiscenze di un amore sconosciuto fra due grandi anime, le strofe mutilate di un poema rimasto inedito in un secolo, che non sente più l'epopea. Ella me ne aveva discorso altre volte, ma come per incidente, vibrando il bagliore di un'osservazione nel crepuscolo brumoso delle solite conversazioni. In quel momento ella aveva forse abbandonato la festa, e vagava come uno spirito, che non ha ancora potuto morire, per un cimitero silenzioso. La sua fronte troppo vasta per una donna, e che ella, malgrado le esigenze della moda, mostrava sempre nella sua orgogliosa nudità, aveva l'arditezza di una cupola gettata sopra un tempio; mentre il suo candore, che aveva resistito a tutto, pareva come la casta ragione del suo orgoglio.

Gli invitati sparpagliati per l'immenso salone, a gruppi, presso un divano, intorno a una poltrona; le signore sedute, gli uomini quasi tutti in piedi rumoreggiavano fra un tintinnio di piatti e di bicchieri, di posate e di risa; intanto che i camerieri, superbamente gallonati, passavano e ripassavano fra di loro come tanti dignitarii in mezzo ad un popolo. Per un momento, colle signore nascoste da tante cinture di uomini e che non mostravano se non una macchia stuonata dell'abito, il salone mi parve come una enorme tavolozza, sulla quale aspettassero dei mucchi giganteschi di colori. Sebbene il vento circolasse liberamente dalle finestre aperte, l'aria troppo satura di profumi s'aggravava sul respiro, e le cento fiammelle a gas vibravano un calore accecante di meriggio. L'animazione della festa era al colmo, i fiori cominciavano ad avvizzire, la musica taceva, i discorsi si alzavano stormendo con un suono secco di pioppi. Lo scoppio di una bottiglia di champagne tuonò.

Donna Augusta mi guardò. Mi affrettai ad alzarmi, e, inchinandomele senza dir altro, le offersi il braccio. Ella mi guardò ancora, e si levò. Traversammo quasi inosservati il salone: nell'anticamera le avvolsi intorno al petto uno scialle chinese, miracolo di un'industria, che vanta forse trenta secoli di studii e di progressi; ella mi lasciò fare, se ne accomodò i capi sulle braccia, stringendoselo con una sola ondulazione su tutta la persona. Si assicurò in una mano il mazzo dei gelsomini, il ventaglio nell'altra, quindi rivolgendomi il capo respirò potentemente l'aria più fresca dell'anticamera.

— Grazie — mi disse poi, infilandomi da se stessa il braccio per discendere lo scalone.

Io non risposi.

Il servitore gallonato, che aspettava all'ultimo pianerottolo, ci riconobbe e corse a chiamare la carrozza. Era scoperta: non dovemmo attendere neanche un minuto. Ella vi salì colla leggerezza di un levriero e per risparmiarmene il giro si sdraiò a sinistra: montai. Ella ordinò al cameriere, che chiudeva lo sportello:

— Al lago.

La notte era tiepida, la luna sorgeva allora. Traversammo la città senza dire una parola. I cavalli, due superbi trottatori, battevano sonoramente l'unghia sul ciottolato, trasportandoci colla rapidità di una visione: ma appena fuori delle mura il vento della campagna ci richiamò colla sua dolce sensazione. Ella cangiò posa, scambiò meco un'occhiata, e seguitò a tacere. Io aspettavo. Il nostro silenzio, leggero come il venticello, aveva la medesima mitezza della campagna e la stessa soavità del crepuscolo lunare. Ella pensava sempre. La tappezzeria bruna della carrozza e l'abito nero davano alla sua testa come una sembianza di statua, alla quale i riflessi dorati dello scialle chinese parevano tessere un'aureola evanescente. La campagna era bruna e profonda. L'ombre frastagliate degli alberi cominciavano a ricamare la strada aperta dal solco raggiante dei fanali: i domestici in serpa stavano immobili. Il suo mazzo di gelsomini avvizzito dal bollore della festa esalava un odore più acuto ed insieme delicato, che mi distrasse. Era l'aroma del suo pensiero femminile, o il preludio di ciò, che forse mi avrebbe detto fra poco? Infatti si raddrizzò leggermente sul cuscino, mosse la testa, e con quell'accento trasognato, che in lei sembrava uscire da un lungo soliloquio, mi domandò: