Non un bimbo da me!...—l'appassionata
Mia giovinezza si dilegua sola:
E d'un trepido olezzo di vïola
Profuma l'erba non ancor falciata.
O baci de la culla!... o immensurata
Gioia che d'ogni lutto il cor consola,
O prima soavissima parola
A una boccuccia d'angelo insegnata!
Io questa invoco dignità feconda
Che dal mister de l'anima sprigiona
Larga d'affetto inestinguibil onda:
Questa rosa divina al Sol fiorita,
Questo schianto di viscere che dona
Tutta la vita nostra a un'altra vita.
[pg!63]
[IL FIGLIO]
I
E penso: Egli verrà.—Da le sorgenti
De la mia balda e vincitrice essenza,
Dal fluttüar de le mie linfe ardenti,
Egli i germi trarrà de l'esistenza.
Tutto mi prenderà, l'ansie irrompenti,
La sanguigna del cerebro potenza,
Il pugnace desìo de' sommi eventi,
De l'infinito amor la coscïenza.
E sarà grande come io mi giurai
D'essere, e non divenni; e quelle eccelse
Vette soggiogherà, ch'io non toccai;
E felice io vedrò lo spirto mio,
Vedrò le forze ch'ei da me divelse
Rinnovellarsi in lui, come in un Dio.
II
Ah!... troppo t'amerei.—Come un'immensa
Nube carca d'elettriche scintille
Sarebbe l'amor mio; con mille e mille
Forme di vita impetüosa e densa.
O tu che dormi ne la notte fonda
De l'increato e nel mister del sogno,
Per questo ben che sovra gli altri agogno,
Per questa mia di te sete profonda,
Svèlati!—al bacio e al frutto anela il fiore
Quando a la terra Primavera scende,
In un'ansia di te l'alma s'accende
Gridando ai fati: amore, amore, amore.
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[ARRIVO]
Batto: l'ampia Città schiude le porte.
—Chi t'ha cresciuta?...—Il campo e la radura.—
—Chi ti condusse?...—L'ala della sorte
E un vento d'uragano.
De le mie selve i canti e la frescura
Ti porto da lontano.
Vissi tra i verdi muschi e i pruni incolti,
Tra le spire dell'èdere tenaci,
Fra il nereggiar dei pini agili e folti.
Del pieno aer conosco
Le rabbie tempestose e i dolci baci:
Fui zingara del bosco.
La libertà, la libertà sfrenata
Fu mia, fu mia!... Se tu sapessi come
È bello irromper sola e scapigliata
Tra le foreste e i campi;
Senza rigidi lacci e senza nome,
Pieno l'occhio di lampi!
Se tu sapessi che ridente cosa
Esser nato da un bacio de la terra:
Esser l'erba sottil, la pampinosa
Vite, la spica bionda,
Il fior che un seme di dovizia serra
Il Dio che lo feconda!...
Giunse a me da le vèrtebre del suolo
Dai bisbigli de' germi a primavera,
Da le nozze de i pòllini, dal volo
Magnifico de i venti,
Da la fumida corsa battagliera
De' cavalli nitrenti,
Un rigoglio di vita, un soffio, un'onda
Di vigore, una febbre di vittoria,
Come di fiume che abbatta la sponda,
E sul domato piano
Si dilaghi rombando, in una gloria
Torbida d'oceàno!...
.... Ora a te vengo, o Fulgida, o Vetusta,
Marra e zappa lasciando a le pendici
Patrie.—Mi vuoi?... son giovane e robusta:
Da l'umide risaie
Vengo al sordo clamor de gli opifici
E a le case operaie.
Lancio un raggio di sol negli angiporti,
Reco il vivo color de la salute
Ai volti de' tuoi bimbi esili e smorti;
Un profumo di fieno,
Un cinguettìo di rondini sperdute
Nel meriggio sereno.
E a la folla che intorno mi respira,
In giacchetta, in gonnella, in cenci, in guanti,
Che m'urta, che m'assorda, che m'attira,
Che passa e non mi guarda,
Che si rinnova per le vie sonanti,
Affannosa, gagliarda,
Grido il saluto libero e fraterno,
L'inno augural che avvince cuore a cuore,
Inno di speme e di giustizia: eterno
Come i mari e i deserti,
Come i germi de' solchi e lo splendore
De' glauchi cieli aperti.
[pg!73]
[A L'OSPEDALE MAGGIORE]
A Donna Emilia Peruzzi.
Corsia di San Giuseppe, a destra, in fondo,
Numero venti.—Il letto è vuoto, adesso.—
Or son tant'anni, sul guanciale istesso,
Mio padre moribondo
Giacque, e spirò.—Gracile bimba in culla
Ero; e di lui, di lui che m'adorava,
Che, per me lacrimando, agonizzava,
Nulla ricordo—nulla.—
O padre mio ch'io non conobbi, senti
La mia voce ora tu?... La creatura
Che abbandonasti ai geli, a la sciagura,
A gli schiaffi dei venti
E cresciuta, ha sofferto, ha lavorato,
Ti piange: su le punte dei coltelli
Passò, ma nei pensosi occhi ribelli
Rise un sogno inspirato,
Rise il fulgor d'una possente fede:
Ed ella vinse; ed or, fiera qual giglio,
Armata in campo, intrepida al periglio,
Ama, combatte, crede.—
Mentr'io ti parlo, in una queta stanza
La dolce madre, sorridendo, posa:
A lei dintorno, come aulir di rosa,
Ondeggia una speranza:
Nel lacerato cor che vinse il male,
Che sfidò per vent'anni ombra e tempeste,
Un'altra gioventù quasi celeste
Batte le fulgid'ale.
Ma tu non sai. Tu i detti miei non senti
Forse!... per ritrovarti io son venuta,
Ma la pallida coltre è diaccia e muta
A le lacrime ardenti!...
Tu qui spirasti, e mia madre non v'era:
Tu qui spirasti, desolato, solo:
Su te una suora arrovesciò il lenzuolo
E disse una preghiera:
Poscia, a notte, giacesti su le pietre
De la brugna[1], gelata acqua stillanti:
E quelle gocce a te parvero i pianti
De' figliuoli: e, le tetre
Paventando solenni ombre, qualcuno
Chiamasti, che de' folli, ultimi baci
Ti coprisse e de l'ultime, tenaci,
Avide strette....—ah!... niuno.—
.... O care ossa disperse, o mite volto,
O viscere pulsanti, o largo cuore,
O polve di mio padre, o sacro amore
In atomi dissolto!...
Qui, dal tragico orror de l'ospedale,
Nel nome vostro un voto al mondo io grido:
Quanti ha figli la terra abbiano un nido
Pieno di canti e d'ale:
Quanti ha figli la terra benedire
Possan la dolce casa ove son nati,
E in essa, calmi sorridendo ai fati,
Di fronte al Sol morire.