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[A TE, MAMMA]

È ver, son forte.—Per la via sassosa

Lasciai brandelli d'anima e di fede;

Pur con superbo piede

Salgo ancor verso l'alba luminosa.

Offersi il petto a tutte le ferite,

I più foschi e implacati odii sfidai;

E ai torturanti guai

Opposi l'energia di cento vite.

Dolorando non mossi un sol lamento

Nulla piega il mio fronte e il mio pensiero.

Io sono forte, è vero,

Io son la quercia che non crolla al vento

E una legge d'amor rinnovatrice

D'uomini e cose ne' miei canti freme,

Eterna, come il seme,

Come il bacio del Sol fecondatrice.

.... Benedicimi, o Madre.—È per te sola

Che combatto, che spero e che resisto.

Quando, col sangue misto,

Il pianto mi fa strozza ne la gola,

Quando sento fra orrende, avide spire

Nel tenebror dibattersi la mente,

E la virtù possente

Che m'infiamma le vene è per morire,

Ti guardo, o Madre.—E così fiera e grande

M'appari, ne l'eretta e statuaria

Fronte di solitaria

Cinta di bianche ciocche venerande;

Così pura mi sembri, ne la calma

Intemerata de' tuoi anni estremi,

Tu che i mali supremi

Provasti un giorno, e l'agonie de l'alma;

Tanta luce ti splende ne le chiare

Pupille e tanta dignità nel viso,

Nel gesto e nel sorriso,

Ch'io mi sento per te rinnovellare:

Carne de la tua carne io ridivento,

Forza de la tua forza, o Santa, o Vera:

Rivive in me l'altera

Quercia selvaggia che non crolla al vento.—

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[SGOMBERO FORZATO]

Miseria.—La pigion non fu pagata.—

A rifascio, nel mezzo de la via,

La scarsa roba squallida è gettata.

Quello sgombero sembra un'agonia.

La tenebrosa pioggia insulta e bagna

Il carro, i cenci, i mobili corrosi

Dal tarlo, denudati, vergognosi.

V'è un'anima là dentro che si lagna;

E il letto pensa al disgraziato amore

Ch'egli protesse, e che le membra grame

Di due fanciulli procreò a la fame,

O del tugurio maledetto amore!...

E scricchiola fra i brividi: Chi il dritto

Diede a la donna schiava e mal nudrita

Di crear per un bacio un'altra vita

D'angosce?... amor pei poveri è delitto.—

Sotto la pioggia il carro stride.—Dietro,

Un operaio scarno, a fronte bassa,

Segue la sua rovina.—Ei muto passa,

Ombroso il guardo, e non si volge indietro:

E a lui presso è la donna, la piangente

Lacera donna, con due figli.—E vanno

Senza riposo, e dove essi nol sanno,

E la pioggia gli sferza orrendamente:

Un austero dolor che par minaccia

Per entro ai cenci ammonticchiati freme,

Freme nel carro che cigola e geme.

Nei quattro erranti da l'emunta faccia:

Quella guasta mobilia denudata

Che in mezzo al fango a l'avvenir s'avvia.

Quella miseria che ingombra la via

Sembra il principio d'una barricata.

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[L'INCENDIO DELLA MINIERA]

La profonda caverna è a mille metri

Sotto la terra.

Nei pozzi e fra gli scavi, erranti spetri,

Vanno per la prigion che li rinserra

I minatori.

Son cinquecento: han lampade e picconi,

Corde e martelli.

D'aspre fatiche indomiti campioni

Son cinquecento, muscolosi e belli

Come guerrieri:

Niuno di lor varcò i trent'anni ancora,

E spose e figli

Li attendon là, dove nel sol s'infiora,

Dagli abissi lontano e dai perigli,

Il verde eterno.

E via scavando con gigante lena

Van dentro il masso

È la forza plebea che si scatena

Contro la fredda maestà del sasso

Selvaggiamente:

E rode, sventra, abbatte, invola, strazia,

Vandalo atroce,

Piovra succhiante che mai non si sazia;

Ma spian gli abissi l'attimo feroce

De la vendetta;

E l'attimo suonò.—Scoppia una lampa

Risponde un tuono.

La gran corrente del grisou divampa

Con guizzo orrendo e formidabil suono

Tutto è perduto.

Per l'âtre forre e le crollanti vôlte

Fumosa e rossa,

Fra gli urli de le vittime stravolte.

Qual serpe che si snoda in una fossa,

La fiamma sale.

*

Sale e distrugge; e sotto l'immane vampa edace

La profonda caverna diventa una fornace.

Morti e morenti ammucchiansi; si sfasciano le travi;

Son ruggiti di belva giù in fondo ai ciechi scavi,

Son castelli di fiamme, son rimbombi di frane,

È l'inferno che s'apre su quelle teste umane.

Ma soccomber non vogliono i vivi ancora!... avvinto

È il lor corpo a la vita con delirio d'istinto.

E corrono per gli antri, disfatti, scamiciati,

Come dèmoni erranti per abissi infocati,

Con le bluse a brandelli, con l'orbite schizzanti:

S'arrampicano ai muri, convulsi, sanguinanti,

Volendo l'aria, l'aria!... la gaiezza del sole,

La libertà dei venti, il verde delle aiuole,

Dei magnifici azzurri la purezza infinita,

Tutto ciò che è respiro, che è vita, vita, vita!...

Oh, quella vita schiava trascinata nell'ombra,

Trascinata nei pozzi che fumo o polve ingombra,

Quella vita inumana, senza raggio nè fiore,

Quella vita di cieco, quella vita d'orrore,

Essi adesso la vogliono, la vogliono!... E le mani

S'aggrappano a le rocce con movimenti insani

Le bocche cercan aria ed ingoiano fumo:

La terra nera è fatta di sangue e polve un grumo:

Tutto cade e si sfascia, tutto è morte e maceria

Dovunque è la terribile follia de la materia:

La fiamma scende e sale, e folleggia e gavazza,

E sul carnaio infame divampando sghignazza.

D'odio omicida è fatta: e stride a le ruine

Con rabbia insazïata di vincitrice: fine.

*

.... Tutto passò.—Domani, a cento a cento,

Saran portati al sole, informi e muti,

Con tumulti d'angoscia e di spavento

I resti dei caduti:

Su le membra staccate e fumiganti

Imprimeran lo stigma del dolore

Mille bocche febbrili e singhiozzanti,

Mille bocche d'amore.

Poi, gettata sui carri a la rinfusa,

Fra spiegate bandiere e veli bruni,

La turba funeral sarà rinchiusa

Ne le fosse comuni:

Poi, su le fosse, calerà l'oblìo.

Splendide rose e pallidi giacinti

Sorgeran come al bacio d'un Iddio

Dai corpi degli estinti;

E steli e spiche di robuste messi

D'umani succhi turgide e superbe;

E nel verde dei mirti e dei cipressi,

Ne l'umidor dell'erbe,

Ne l'innocente palpitar dell'ale.

Ne l'ampia folla libera e serena

L'onda rifluirà calda e vitale

De la gioia terrena.

.... Ma i figliuoli dei morti, oh, triste, inane

Gente!... cresciuti a stenti ed a squallori,

Diventeranno per un soldo e un pane

Anch'essi minatori.

E ad uno ad uno scenderan nell'ombra:

E forse un giorno, dentro i negri scavi

Ne la caverna smisurata e ingombra.

Al suon di colpi gravi,

Inciamperan ne l'ossa d'un parente.

Al subito tremor d'intima guerra

Si curveran le fronti, e sordamente

Cadran le picche a terra.

.... O razza, o razza conculcata e ignava;

Cui nulla giova l'esser bella e forte,

Se null'altro sai far che darti schiava.

Meglio per te la morte!...

Viva l'incendio che bruciando annienta

Le tue lacere vesti e la tua fame,

Viva l'incendio che all'ignoto avventa

Le tue viscere grame;

Che, per un'ora almen, su te raccende

La sterile pietà di chi non soffre,

Che fatica e dolor, tutto ti prende,

E pace e sonno t'offre!...

Viva l'incendio che al felice, assiso

Di fronte al sole, urlando va: Ti desta:

De' tuoi sogni d'amor lascia il sorriso,

Lascia le sale in festa:

Scopriti il capo: al suolo, al suol reclina

Le tremanti ginocchia e il volto smorto:

Sul lavor, tra le fiamme e la ruina,

Il tuo fratello è morto!...