Oggi venni a trovar Suor Nazarena
che sempre ride così dolcemente
col suo riso ove manca qualche dente
e pure ha tanta nobiltà serena;
e che pare una bimba sotto il bianco
soggòlo, curva un poco, un po' rugosa.
Io non conosco più soave cosa
della sua voce, pel mio cuore stanco.
Ella mi disse: «Sono pochi i fiori
nell'orto!... Ottobre ce li porta via
tutti!... V'è qualche rosa tuttavia,
ma i crisantemi sono in boccio ancora.»
Nel piccolo orto c'era odor di bosso
amaro, odor di pace e di convento.
Squillava una campana, alta nel vento,
dalla chiesetta candida di Mosso.
Singhiozzare volevo: «Io soffro. O buona,
aiutatemi voi. Venni per questo.
Come se me l'avessero calpesto
il cor mi duole, e fede m'abbandona:
mi sferzan tutta, carne anima vene,
le passïoni con ardor selvaggio,
ed io sento che vano è il mio coraggio,
sento la morte o la follia che viene....
Toccate quanta arsura ho nelle mani,
guardate quante fiamme ho dentro gli occhi.
Fate ch'io preghi, curva sui ginocchi,
come nei giorni placidi lontani!...»
.... Ma coglieva, tranquilla, le sue rose
d'Ottobre, accanto a me, Suor Nazarena.
Niuna fronte mi parve più serena
fra una ghirlanda di serene cose.
Travolgendo con sè memoria e sensi
con la Rinuncia su di lei l'Oblio
era passato. Ignuda e sacra in Dio,
stava siccome bimba che non pensi.
Così avvenne che il peso della vita
da me cadesse al par di guasto frutto:
e ogni senso d'angoscia fu distrutto,
ogni voce di pianto fu sopita,
quando, sorgendo fra i tumulti vani
del mio dolore e me, lenta mi pose
la Donna in mano un gran fascio di rose,
dicendo: «Tornerai?... Torna, domani....»
[pg!61]
[L'ERRANTE]
Tutte le stazïoni e tutti i porti
videro quella che non è mai stanca
e sotto il nero velo è così bianca,
pallida in viso del pallor dei morti.
Treni in corsa per monti e per radure
la rapiron tuonando e sibilando
nei giorni d'oro, nelle
calde e torbide notti senza stelle:
da treni in corsa vide essa le pure
albe fiorire in cieli ignoti: e quando
s'addormentò sognando
sui cuscini, dal sogno all'improvviso
la scosse un urto, il secco urlar d'un nome
di paese straniero:
e niuno era ad attenderla con riso
di gioja, ed ella non cercò nessuno;
ma, calma, discendendo, il velo nero
ricompose sul volto e sulle chiome.
*
La tristezza di gelo ella conosce
delle stanze d'albergo, ove la gente
passò col suo mistero e il suo pungente
destino a tergo, e le sue sorde angosce:
ove un ignoto visse la sua notte
ultima, forse—e rise e pianse amore
fra baci senza fine,
e l'insonnia spiò fra le cortine,
e l'odio sibilò le rauche e rotte
parole, che di pietra fanno il cuore.
.... Da quale mano il fiore
cadde che or, vizzo, sul tappeto giace?...
Chi morse ieri il candido guanciale?...
.... Non sa, non pensa. È stanca.
Solo vorrebbe riposare in pace.
E scioglie il velo e libera le trecce;
ma fra le trecce v'è una ciocca bianca,
il viso è smorto come il capezzale.
*
Malinconia delle città lontane
ove le sembra d'essere sperduta,
ove ogni cosa agli occhi, al cuore è muta,
voce di folla e voce di campane!...
Malinconia di ferree tettoje
piene di fischi, di fumo, di gente,
di lacrime e di brividi
nella penombra dei tramonti lividi!...
Creature che van verso le gioje
d'una casa o d'un sogno—e il sogno mente,
e un labbro v'è che mente
in quella casa!... Trepide partenze,
singhiozzi e gridi soffocati in gola,
baci, dolore, amore!...
Vana forma fra innumeri parvenze,
va l'Errabonda, e non si volge indietro;
ma quando parla col suo chiuso cuore
si curva, e trema d'esser troppo sola.
*
Oh, fermarsi un momento!... Oh, ritrovare
una casa fedele, un volto amato!...
Ma non può. Dietro a sè tutto ha spezzato.
Ella stessa distrusse il focolare.
E in fondo al cuore seppellì i suoi morti,
e non v'accese lampada a vegliare;
ma fugge; chè una muta
ombra l'incalza, sol da lei veduta.
Cieli acque terre cimiteri ed orti
fuggon dinanzi al suo solingo errare,
fuggono il monte e il mare,
così fuggir potesse anche il ricordo!...
Così strappar da te potessi, o bruna
innominata, il senso
d'ambascia che ti preme, opaco e sordo,
le viscere, se pensi un dolce nido
piccino agli occhi, ma pel cuore immenso,
e in esso, a notte, un dondolìo di cuna....
[pg!71]
[GIORNO DI FESTA]
Anima stanca, andiam dunque in letizia
per le strade e le piazze, oggi ch'è festa.
Le piccole operaje han tutte in testa
un fiore, e in bocca un riso di delizia.
Ridono al sol d'Autunno che riversa
carezze d'oro sugli ippocastani,
ai davanzali rossi di geranî,
alla gente che passa, all'aria tersa.
Non sei dunque tu pure un'operaja
che agucchia sulla tela il suo destino?...
Oggi con esse mettiti in cammino,
cantando qualche canzonetta gaja.
Le campane del vespro han le parole
di pace che in lontani tempi udivi;
quando, fanciulla ancor, pei verdi clivi
del sogno errasti a cogliere viole.
È così dolce vivere il momento
felice, con ingenua contentezza!...
Chi te lo toglie, il filtro di bellezza
che adesso bevi come bevi il vento?...
Lo so: giostra, fanfara, lotteria,
le arancie a un soldo, il ballo popolare....
Tutto questo, lo so, forse è volgare.
.... Sta fra i semplici il gaudio, anima mia!...
Nessuno mai ti darà gioja come
l'agil popolo tuo ch'è sì fanciullo
nell'amore, nell'odio e nel trastullo,
nè chiede, per sorriderti, il tuo nome!...
Segui la giovinetta che s'oblia
nel passo, a fianco del suo forte amante,
e gli s'appoggia, flessile, allacciante,
susurrando una tenera follia:
va come il fiume verso la sua foce:
va come il sogno verso la sua stella:
fatti ogni giorno una bontà novella,
anima stanca, e canta fin che hai voce!...
[pg!77]
[VANNI E VANNA]
Una notte d'inverno, Vanni e Vanna
chiusero gli occhi alla lor dolce madre.
Ad essi non lasciavi, o dolce madre,
che un giaciglio di strame e una capanna.
Nulla sapevan, fuor che verdi boschi
percorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto,
e sogni d'astri su nel cielo ignoto,
e rosse nubi di tramonti foschi:
egli biondo, ella bruna: egli con tersi
occhi d'acciajo, ella con lunghi cigli
d'ombra: e nessuno li potea dir figli
d'istessa madre—tanto eran diversi.
Pur s'amavano. E quando fu sepolta
la madre, Vanni disse: Ove s'andrà?...
Ma Vanna scosse con serenità
il casco della chioma arida e folta.
Non per essi la fumida officina
ove d'odio e di sangue gl'ingranaggi
s'intridono talvolta, e nei selvaggi
rombi vibran minacce di ruina:
non gelida bottega o solitaria
soffitta, in lezzo sordido ammuffita.
Fiori eran essi di beltà, di vita,
maturati nel sole, avidi d'aria.
E chiese Vanni ancora: Che faremo?...—
Ella gli rise stranamente in faccia
allacciandogli il collo con le braccia
di zingarella; e disse: Canteremo.—
*
Così, lasciato il bosco e la capanna,
soli con la chitarra e la canzone,
sospinti da una folle passïone
di libertà, partiron Vanni e Vanna.
Molti carmi sapevano: d'amore,
d'odio, di guerra, di promessa. I lenti
ritmi appresi li aveano essi dai venti,
da lo stormir delle frasche sonore,
dalle piogge d'Autunno, dai sospiri
degli usignoli quando Maggio torna,
dal riso della terra che s'adorna
se Primavera in sua freschezza spiri....
Strani talvolta sulle labbra smorte
dei due fanciulli senza posa erranti
dettava la profonda anima i canti.
.... Apparivan le donne sulle porte:
macre fra i cenci, coi piccini al seno,
impallidivan di dolcezza, in cuore
pensando giovinezza e il breve amore
primo, e i sorrisi del tempo sereno.
Sollevavano i fabbri dalle incudi
sudato il volto, e dalla tela gli occhi
le cucitrici, e i bimbi dai balocchi,
e i braccianti dai ferri i polsi rudi;
e ognun tornava ad una sua perduta
gioja, a un lontano bene, a una malia
di tenerezza—a ciò che non s'oblia
anche se per dolore il cor si muta.—
*
«Vanna, sei stanca?... Come in un agguato
la luna piomba dietro un aggroviglio
di nubi nere.—Per il tuo giaciglio
il mio mantello io stenderò sul prato.
Sorella della mia libera gioja,
lucciola d'oro, piccola farfalla!...
Posa, col capo presso la mia spalla,
fino a che l'ombra ad oriente muoja.
Dell'ombra io spierò sogni e misteri,
e del silenzio i fremiti sommessi;
e ingenue laudi comporrò con essi
che tu modulerai lungo i sentieri....»
«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba,
dormìi sull'erba come in un lenzuolo:
chi fu che mi vegliò tacito e solo,
sotto l'incanto della luna scialba?...
La luna m'insegnò stanotte un canto
che farà bianche di malinconia
tutte le donne.—Un poco aspra è la via
lungo il fiume che piange un sordo pianto:
giungerem tardi alla città superba
che laggiù, tra le nebbie, innalza i suoi
pinnacoli fumanti.—Oh, dolce a noi
mirare alberi e cieli, e premer l'erba:
e non aver dagli uomini che un pane,
nè chieder altro: ai focolari accanto
stornellando passar senza rimpianto,
dominatori delle vie lontane!...»
*
Livida, immota sotto un ciel di piombo
sta la città dove son giunti. Tetre
minacce par che salgan dalle pietre.
Investe l'aria un vampo ardente, un rombo
di tempesta, di collera. Le porte
son chiuse, chiuse le finestre. Passano
i soldati a nuda arma, a testa bassa.
Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:
d'odio armata, di sassi e di pazzia,
contro la forza il suo delirio scaglia.
Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia,
si ricompone a barricar la via.
.... Così, così s'ammazzano i fratelli
in Dio, nelle città cariche d'oro?...
.... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il coro
dei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.
Fiori travolti nella gran ruina
con l'orda cieca i due rapsòdi vanno.
Odon sibili e gemiti: non sanno.
Sorridono al furor che li trascina.
Nella trepida gola han le canzoni
della selva, nel sangue onde d'amore;
ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore,
cadono insieme, boccheggiando, proni....
Sulle labbra innocenti amor s'impietra
che agli umili sorrise in gaje note:
l'anima goccia dalle arterie vuote,
e se ne imbeve, gelida, la pietra.