PROSPERO.
L'ho perduta nell'ultima tempesta. Io scorgo intanto questi degni signori sì colpiti da un tale incontro che la ragion loro divorano e che i loro occhi ministri dubitan siano di verità, nè vero alito le parole loro. Ma per quanto fuor dei vostri sensi usciti siate certi ch'io son Prospero, il Duca legittimo, scacciato da Milano il quale molto stranamente in questa spiaggia ove naufragaste, prese terra e il signor ne divenne. Ma di tali cose non più, però che questa è storia di lunghi giorni e non lieve racconto da farsi a mensa e quale si convenga a questo primo incontro. O Sire, siate il benvenuto. La mia corte è questa grotta. Ho là qualche servo, nè di fuori suddito alcuno. Ve ne prego, date uno sguardo là dentro. Poi che il mio ducato mi rendeste, compensarvi io cercherò con egual cosa o al meno tal miracol mostrarvi che vi faccia lieto così come lo son del mio ducato.
Si apre la grotta e lascia vedere Ferdinando e Miranda che giocano a scacchi.
MIRANDA.
O mio dolce signor, giuocate ingannandomi.
FERDINANDO.
No, mio caro amore: non lo farei pe'l mondo intero.
MIRANDA.
Sì: ma venti regni mi disputereste ch'io pur direi che il vostro giuoco è buono.
ALONZO.
Se un'altra visione è questa della Isola, ben due volte un caro figlio ho perduto!
SEBASTIANO.
Un miracolo supremo!
FERDINANDO.
Quantunque il mare ci minacci è pure pietoso ed in van l'ho maledetto!
S'inginocchia d'innanzi ad Alonzo.
ALONZO.
Le benedizion tutte d'un padre felice, ora ti faccian grande. Sorgi in piedi e dimmi come qui venisti.
MIRANDA.
O meraviglia! Quali creature mirabili! e come è bello l'umano genere! Oh dolce nuovo mondo, pieno di un tal popolo!