SCENA QUINTA
SOFONISBA, MASSINISSA.
MASSIN. Perfida! ed anco all'inumano orgoglio il tradimento aggiungi?
SOFON. Il tradimento?
MASSIN. Il tradimento, sí: mentr'io mi appresto a voi salvare, a morir io per voi, a Scipio sveli il mio pensier tu stessa?
SOFON. —Siface seco non mi volle estinta.
MASSIN. Meco salva ei ti volle.
SOFON. Ei giá riebbe sua libertá; quella ch'io cerco, e avrommi.— Teco sottrarmi dal romano campo, nol poss'io, se non perdo appien mia fama. Di vero amor troppo mi amasti e m'ami, per salvarmi a tal costo: io, degna troppo. son del tuo amor, per consentirtel mai. Null'altro io dunque, in rivelar tue mire, ho tolto a te, che la funesta possa di tradir la mia fama e l'onor tuo.
MASSIN. Nulla mi hai tolto; assai t'inganni: ancora tutto imprender poss'io: rivi di sangue scorrer farò: versare il mio vo' tutto, pria che schiava lasciarti…
SOFON. E son io schiava?
Tal mi reputi or tu?
MASSIN. Di Roma in mano
ti stai…
SOFON. Di Roma? Io di me stessa in mano
per anco stommi: o in mano tua, se in core
regal pietá per me tu ancor rinserri.
MASSIN. Inorridir mi fai… Sovra il tuo aspetto,
di risoluta morte alta foriera
veggo, una orribil securtá… Ma, trarti…
SOFON. Tutto fia vano: al mio voler, che figlio è del dovere in me, forza non havvi che a resistere vaglia. È la mia morte necessaria, immutabile, vicina; e fia libera, spero; ancor che inerme io sia del tutto; ancor ch'io, stolta, in Cirta l'amico sol dei vinti re lasciassi, il mio fido veleno; ancor che un sacro solenne giuro di sottrarmi a Roma dal labro udissi del mio stesso amante;… giuro, cui sparso ha tosto all'aure il vento. Fra quest'aquile altere ancor regina, figlia ancora d'Asdrubale, secura in me medesma io quí non meno stommi, che se in Cartago, o se in mia reggia io stessi.— Ma, tu non parli?… disperati sguardi pregni di pianto affiggi al suolo?… Ah! credi, che il mio dolor si agguaglia al tuo…
MASSIN. Diverso n'è assai l'effetto: io, di coraggio privo, men che donna rimango; e tu…
SOFON. Diverso lo stato nostro è assai: ma, non l'è il core… Credilo a me: bench'io non pianga, io sento strapparmi il cor: donna son io; né pompa d'alma viril fo teco: ma non resta partito a me nessuno, altro che morte. S'io men ti amassi, entro a Cartagin forse ti avria seguíto, e di mia fama a costo avrei coll'armi tue vendetta breve di Roma avuta: ma per me non volli porti a inutile rischio. È omai maturo il cader di Cartagine: discorde citta corrotta, ah! mal resister puote a Roma intera ed una. Avrei pur troppi giorni vissuto, se la patria mia strugger vedessi; e te con essa andarne, per mia cagione, in precipizio. A Roma fido serbarti, e al gran Scipion (qual dei) amico grato; in gran possanza alzarti; a tua vera virtú dar largo il campo; ciò tutto or puote, e sol mia morte il puote. Piú che il mio ben, mi sforza il tuo…
MASSIN. Mi credi dunque sí vil, ch'io a te sorviver osi?
SOFON. Maggior di me ti voglio: esserlo quindi tu dei, col sopravvivermi: ed in nome della tua fama, a te il comando io prima. Vergogna or fora a te il morir; che solo vi ti trarrebbe amore: a me vergogna il viver fora, a cui potria sforzarme il solo amore. È necessario, il sai, il mio morire: a me il giurasti; e ancora sariami grato di tua man tal dono: ma non puoi tormel tu, per quanto il nieghi. In questo luogo, al campo in faccia, in muto immobil atto, ancor tre giorni interi ch'io aggiunga a questo, in cui né d'acqua un sorso libai, vittoria a me daran di Roma. Vedi s'è in te pietá, cosí lasciarmi a morte lunga, allor che breve e degna giurasti procacciarmela… Ahi me stolta! che in te solo affidandomi, quí venni…
MASSIN. Tu dunque hai fermo il morir nostro…
SOFON. Il mio. Se insano tu, contro a mia voglia espressa, l'arme in te volgi; odi or minaccia fera, e l'affronta, se ardisci; io viva in Roma trarre mi lascio, e di mia infamia a parte il tuo nome porrò… Deh! pria che rieda a noi Scipione, in libertade appieno tornami or tu; se non sei tu spergiuro.
MASSIN. Che chiedi?… oh ciel!… Del brando mio non posso armar tua mano… Incerto il colpo…
SOFON. Il brando vuol mano, è ver, usa a trattarlo. Un nappo di velen ratto al femminil mio ardire meglio confassi. Il tuo fedel Guludda vegg'io non lungi; ei per te stesso il reca sempre con se: chiamalo; il voglio.
MASSIN. —Oh giorno!— Guludda, a me quel nappo.—Or va, mi aspetta alle mie tende.—È questo dunque, è questo il don primier, l'ultimo pegno a un tempo dell'immenso mio amor, che a viva forza tu vuoi da me?.. Pur troppo (io 'l veggo) in vita tu non rimani, a nessun patto; e a lunga morte stentata lasciarti non posso.— Non piangerò,… poiché non piangi: a ciglio asciutto, a te la feral tazza io stesso, ecco, appresento… A patto sol, che in fondo mia parte io n'abbia…
SOFON. E tu l'avrai, qual merti.
Or dell'alto amor mio sei degno al fine.
Donami dunque il nappo.
MASSIN. Oh ciel! mi trema
la mano, il core…
SOFON. A che indugiare? è forza,
pria che giunga Scipione…
MASSIN. Eccoti il nappo.
Ahi! che feci? me misero!…
SOFON. Consunto
ho il licor tutto: e giá Scipion quí riede.
MASSIN. Cosí m'inganni? Un brando ancor mi avanza;
e seguirotti.
(Sta per trafiggersi; Scipione robustamente
afferrandogli il braccio, lo tien costretto.)